Diario

  • TREMBLING BLUE STARS - The Last Holy Writer

    Mag 18 2007, 12:24

    I Trembling Blue Stars sono forse uno dei gruppi più sottovalutati e misconosciuti del panorama indie. Ed è un vero peccato. Nati come side-project del leader dei Northern Picture Library, Robert Wratten, già ex Field Mice, debuttarono nel 1996 per la Shinkansen e hanno da poco pubblicato il loro sesto album "The Last Holy Writer" per la Elefant.

    Per chi non li conosce, il loro stile è assolutamente personale e inimitabile. Volendo trovare dei paragoni forse si potrebbero andare a disturbare i già citati Field Mice o i Mazzy Star o i Mojave 3 o gli Another Sunny Day ma non si renderebbe comunque l'idea.
    La loro musica è fatta di ballate pop mixate con eleganti effetti elettronici, voci sussurrate e seducenti. I loro testi, sempre molto intimisti e introspettivi, per lo più tristi e malinconici, si sviluppano su melodie dolcissime cantate alternativamente da sofisticate voci maschili o femminili.

    "The Last Holy Writer" non si distacca molto dagli album precedenti. Anzi, non si distacca per niente. Il problema è proprio che i TBS nel corso degli anni hanno osato davvero poco, rimanendo sempre uguali a se stessi, senza mai sorprenderci, senza mai sperimentare, senza mai fare un solo passo un po’ più lungo del solito.

    Non voglio parlarne male, perchè è uno di quei gruppi che mi hanno segnato l'esistenza e non potrei farne a meno. Ma è davvero un peccato che non si riesca a scorgere la benchè minima evoluzione in questa band. E' come se vivessero in una bolla temporale tentando in ogni modo di riportare indietro la loro vita e i loro sogni infranti:

    "A song on the radio makes you shiver and want to curl into a ball
    Makes you want to be seventeen and forget the future’s shrinking
    Life was so open then now it’s closing in
    Life was wide open then now it’s closing in
    One by one we’ve watched our dreams disappearing"


    E’ significativo quindi ciò che canta Beth Arzy in Idyllwild, il pezzo più bello dell'intero album ma non mancano ovviamente anche cuori infranti solitudine, rimpianti e speranze, disseminati ad arte nelle 12 tracce del disco, come la struggente malinconia di The Coldest Sky.
    Quando arriva November Starlings è come guardare un denso cielo grigio, avere un brivido di freddo per un soffio di vento e poi all'improvviso essere inondati dalla luce del sole che si fa largo fra le nuvole a illuminare il mondo. E tornare a sorridere.
    Romantico vero? Forse anche troppo.
    Ma i Trembling Blue Stars sono come quelle caramelle dolcissime e zuccherose ma così buone che si appiccicano al palato. Non puoi smettere di mangiarle anche se sai che alla fine starai male e avrai la nausea. Astenersi diabetici e cinici.
  • e mo' basta!!!

    Mag 17 2007, 10:01

    Wed 16 May – Of Montreal, LO-FI-FNK, Tarwater

    Il concerto di ieri sera al Circolo degli Artisti è stato davvero un'esperienza memorabile.
    E a questo punto credo proprio di averne abbastanza.
    Ma partiamo per ordine.

    Il gruppo che ero andata a sentire ieri sera era gli of Montreal ma quelli del circolo ormai hanno preso la simpatica abitudine di organizzare serate in cui suonano sempre 2/3 gruppi diversi che non c'entrano niente gli uni con gli altri, e che la maggior parte delle volte sono sconosciuti anche ai
    loro stessi genitori (e non uso questa parola a caso)!!

    Ieri sera i gruppi spalla erano i Tarwater della Morr e un gruppo di minorenni svedesi i Lo-Fi-Fnk.

    Sui Tarwater, rispettabilissima band di indietronica, niente da dire, a prescindere dai gusti personali e dalla capacità di resistenza alla musica più narcoticotizzante nel panorama contemporaneo.
    Per i fortunati che sono riusciti a restare svegli fino alla fine della loro performance ecco arrivare (a mezzanotte passata) l'agognato premio: l'esibizione live dei Lo-Fi Funk!!!
    I Lo-Fi Funk, sono tre quattordicenni (o giù di lì) che scopiazzano Royksopp cercando di ambientarlo negli anni '80 animati da un tastierista in preda a una crisi epilettica che saltellando su tutto il paco ha creato delle originalissime coreografie forse credendosi la reincarnazione di Madonna!
    Interessanti inoltre gli spunti sulle ultime tendenze del look scandinavo. Sono sicura che più di qualcuno imiterà i jeans infilati nei calzini di spugna bianchi: un vero tocco di classe e originalità!!
    Se non fosse stato che facevano tenerezza perchè te li immaginavi nel reparto "mobili per bambini" dell'Ikea a giocare con le loro tastierine Bontempi ci sarebbe stato da mettergli una nota sul registro e mandarli dritti dritti dal preside!

    Insomma una musica e una esibizione davvero imbarazzanti! Fra l'altro vorrei chiedere alla persona che ha scritto la loro presentazione sul sito del Circolo se si è preso il disturbo di ascoltarli o se si è limitata a scopiazzare da internet...

    Quando finalmente i bimbi sono andati a nanna, era davvero tardi… gli Of Montreal sono saliti sul palco all’una in punto e alle due in punto hanno salutato il pubblico romano. Hanno suonato addirittura 1 ora… poverini, non si saranno stancati??
    Insomma non posso negare che valesse la pena di aspettarli (concerto entusiasmante e coinvolgente) ma… doversi sorbire 2 gruppi di cui non me ne frega niente, pagare 13 euro e soffocare dal caldo in una sala traboccante di gente sudaticcia per una sola ora di concerto mi sembra davvero troppo no??
  • OF MONTREAL - Hissing Fauna, Are You The Destroyer?

    Mag 14 2007, 14:17

    E’ stato ufficialmente rilasciato a gennaio dalla Polyvinyl, l’ultimo album della one man band of Montreal, intitolato “Hissing Fauna, Are You the Destroyer?” e realizzato da Kevin Barnes, con la sola collaborazione di parenti e amici.

    Ormai è chiaro che, tranne rare eccezioni, è quasi impossibile ingabbiare una band o un album in un genere definito. E non è questa l’eccezione.
    Il terreno di gioco in questo caso è l’indie pop ma Barnes si diverte a giocare con ogni genere musicale possibile: si spazia dalla dance anni ’80 alle chitarre psichedeliche fino a toni dark, passando poi per ritmi funk, manipolazioni e distorsioni elettroniche per sfociare infine nel college rock.

    Un album sicuramente caotico e imprevedibile, un agglomerato instabile di emozioni e atmosfere oniriche e surreali. D’altra parte è stato scritto durante un lungo periodo di depressione e Barnes stesso lo ha definito un concept album, un tentativo di mettersi a nudo per mezzo di testi dalla disarmante onestà in cui affronta temi molto personali: fallimenti, cuori spezzati, crisi mistiche, frustrazione…

    It's so embarrassing to need someone like I do you
    How can I explain I need you here and not here too
    I'm flunking out
    I'm gone, I'm just gone
    But at least i author my own disaster
    ……
    Sometimes i wonder if you're mythologizing me like i do you
    We want our film to be beautiful, not realistic
    Perceive me in the radiance of terror dreams
    And you can betray me, but teach me something wonderful


    Nonostante i temi “difficili” però, l’energia e il ritmo travolgente della musica saranno sicuramente apprezzati da chi cerca qualcosa fuori dall’ordinario.
    Svettano su tutte "Gronlandic Edit", "Heimdalsgate Like a Promethean Curse" e i 12 minuti della splendida "The Past Is A Grotesque Animal", fulcro dell’album, in salsa electro-funk.
  • JAMES HOLDEN - The Idiots Are Winning

    Mag 14 2007, 14:13

    Da quando mi sono iscritta a Last.FM i miei orizzonti musicali si sono ampliati a dismisura e spesso mi capita di scoprire artisti di cui altrimenti non avrei mai conosciuto l'esistenza.
    Pur muovendomi prevalentemente in ambito indie rock mi piace anche andare alla scoperta di altri generi che spesso possono rivelare delle splendide sorprese.
    E' così che mi sono ritrovata ad ascoltare The Idiots Are Winning, l'ultimo Ep di James Holden, dj e produttore inglese, fondatore dell’etichetta Border Community.

    Un territorio per me quasi inesplorato, quello della progressive house, per cui, dopo un'immediato e istintivo entusiasmo per questo disco, da profana mi sono chiesta "ma cosa ne pensano quelli che se ne intendono davvero?"
    Così dopo aver letto alcune recensioni estrememente positive e aver chiesto in giro a qualche intenditore mi sono convinta definitivamente di avere fra le mani un vero gioiellino!!!

    Pur essendo solo un ep, questa release comprende ben dieci pezzi decisamente eterogenei. Giusto per avere un quadro di riferimento, diciamo che si tratta di un mix di progressive house + minimal techno, dance e elettronica sperimentale e sonorità minimali mescolate all’ambient.
    Un tipo di musica che definirei bidimensionale, che suggerisce atmosfere da videogame, in cui domina una linea melodica attorno alla quale si attorcigliano suoni acidi, distorsioni e ritmi sincopati e incalzanti.

    10101, forse la traccia migliore dell’ep, è assolutamente irresistibile, fa pensare a un viaggio nelle profondità della terra, nel buio di un formicaio brulicante di esserini microscopici. Corduroy è una battaglia spaziale a base di raggi laser. Idiot ha un ritmo martellante e ipnotico a far da colonna sonora a qualche creaturina digitale dispersa in una foresta elettronica. Flute è il pezzo più ambient del disco, cupo e inquietante.
    Insomma una release davvero particolare e se è vero che the idiots are winning, per fortuna che c’è gente come James Holden che ogni tanto cerca di fare qualcosa di diverso!
  • AMUTE - The sea horse limbo

    Mag 14 2007, 14:08

    L’artista belga Jérôme Deuson, ovvero aMute, dopo aver pubblicato un paio di anni fa il suo splendido album di debutto A Hundred Dry Trees - Une Centaine D'Arbres Secs per la Intr-Version, torna ora con una nuova release dal titolo The Sea Horse Limbo, sempre per la stessa etichetta.

    Un compromesso fra la passione di Deuson per il PostRock con le sue melodie tipicamente malinconiche e il suo gusto personale per i glicthes e i trattamenti software del suono.

    I nove brani vengono progressivamente destrutturati e trasformati in creature elettroniche per mezzo di sovrapposizioni di suoni sintetici; un brano dietro l’altro, le melodie sono decostruite e dilatate ma all’improvviso schegge di diversi frammenti musicali si ricompongono per assumere una forma più riconoscibile, perfettamente cesellati in melodie pop, sottolineate dal suono di voce e chitarra.

    Un tipo di musica che richiama in un certo senso Desormais o il Fennesz di Endless Summer ma che si sviluppa in uno stile assolutamente personale.
    L’album parte con Why do I Run Seasons so Fast in cui prendono vita atmosfere minimali create per mezzo di chitarre acustiche, campanelli, suoni elettronici, glitch, distorsioni e voci sussurrate che sembrano venire da molto lontano.
    La bellissima Hit my Country è forse il pezzo più pop dell’intero album: parte con una melodia trascinante di archi che si sviluppa, soffocata lentamente da crepitii e distorsioni elettroniche, fino a spegnersi quasi del tutto per poi ripartire con più vigore e trasformarsi in una bellissima ballata con voce e chitarre acustiche.
    Oh! Le Zeppelin con i suoi 12 minuti è a tutti gli effetti un pezzo post-rock che parte lentamente per poi crescere di tono e trasformarsi in un potente intreccio di chitarre, batteria e di suoni elettronici.
    L’album si chiude con la dolcissima (H)and in the Sand che con i suoi suoni appena accennati ci trasporta in un paesaggio marino al tramonto, con i riflessi del sole sulle onde e i gabbiani all'orizzonte. Insomma, un album per immergersi in un mondo incantato.
  • JUNIOR BOYS - So This Is Goodbye

    Mag 14 2007, 14:01

    So This Is Goodbyebye”, così recita il titolo della nuova release dei Junior Boys.
    Speriamo che sia solo un modo di dire perché dopo un album di questo livello credo che non potremo fare a meno di loro tanto facilmente. La formazione che attualmente comprende Jeremy Greenspan e Matthew Didemus ha pubblicato questa seconda prova lo scorso settembre bissando il successo dell’esordio del 2004.
    Acclamato dalla critica, “So This Is Goodbye” non è certo uno di quei dischi che colpisce fin da subito. Va invece metabolizzato un po’ per volta in rilassata solitudine e apprezzato ascolto dopo ascolto.

    Stiloso e ballabile questo nuovo album mescola generi diversi con grazia e leggerezza: evoca i classici gruppi synth pop metà anni ’80 (Depeche Mode, New Order, Pet Shop Boys…) gioca con ritmi dub, microhouse ed echi new wave legando il tutto con una certa dose di malinconia.

    La voce di Jeremy Greenspan è assolutamente struggente, in “Count Souvenirs” ricorda a tratti Dave Gahan, ma con più classe. “In The Morning” è un pezzo straordinario, giocato sul contrasto fra un ritmo hip hop trascinante e la sua voce calda e sussurrata. La title track a seguire e poi “Like a Child” sono incredibilmente dolci, romantiche e malinconiche mentre “Caught In A Wave” ondeggia su una base downtempo. Il disco si chiude con una cover di Sinatra “No One Cares” e con “FM” una languida ballata synth.

    Davvero un bellissimo album di eleganti melodie, una raccolta di perle electro-pop che, come dice Mark Fisher su loro sito ufficiale: "invokes a globalized world in which we are all tourists - at home everywhere and nowhere, constantly connected but always alone."
  • WILCO - Sky Blue Sky

    Mag 9 2007, 9:31

    I Wilco, nati dalle ceneri della band che ha "inventato" l'alt-country, gli Uncle Tupelo, in questo nuovo album tornano decisamente alle loro radici. Tornano è forse eccessivo, giacchè sebbene evidenziata da più parti, personalmente, tutta questa vena sperimentale negli album precedenti io non l'ho mai percepita fino in fondo.
    Un ritorno alle origini comunque. Sky Blue Sky, in uscita per la Nonesuch il 15 maggio, è un album sobrio, compatto e senza sbavature.

    Prima traccia, Either Way, dalla bellissima melodia, è forse un po' troppo sottotono per aprire un album. Si parte un po' in sordina insomma ma poi arriva Impossible Germany, il pezzo più strutturato dell'intero disco, oltre che il più orecchiabile, e subito torna alla mente la splendida Jesus, Etc. di Yankee Hotel Foxtrot anche se qui gli assoli di chitarra di Nels Cline raggiungono nuove vette.
    Alcuni brani come "Please Be Patient with Me" completamente acustici, sinceramente non aggiungono niente di nuovo mentre Hate It Here sfoggia sorprendentemente un mood e una voce blues trascinanti e chitarre vibranti e distorte che straziano il cuore.
    Una maggiore consapevolezza e profondità si ritrova anche nei testi: Sky Blue Sky che dà il titolo all'album è una languida ballata country, in cui la desolazione permea ogni cosa e anche un semplice cielo azzurro può ridare speranza "With the sky blue sky, this rotten time, Wouldn't seem so bad to me now".

    On and On and On, ultima traccia del disco, ha un testo decisamente malinconico e intimista: "One day we'll disappear together in a dream however short or long our lives are going to be".
    Bellissima e delicata è un tappeto di chitarra sul quale si distende la voce desolata di Jeff Tweedy, impreziosita, a sorpresa da un assolo chitarristico, quasi progressive che si chiude senza preavviso con un crescendo incalzante di batteria.

    Insomma, Tweedy e la sua band, giunti al loro sesto album in studio, hanno raggiunto la maturità artistica e non devono più dimostrare niente a nessuno. Hanno realizzato un album dal quale traspare la loro vera natura, senza sovrastrutture o artifici sperimentali. Bellissimo e semplice. Da ascoltare, dategli retta: “Nothing more important Than to know someone's listening Now I know you'll be listening”.
  • AMON TOBIN - Foley Room

    Mag 4 2007, 15:48

    Amon Tobin è sicuramente uno degli artisti più geniali del panorama elettronico.

    Nato a Rio de Janeiro si è presto trasferito in Inghilterra dove ha cominciato a manifestare il suo interesse per l' Hip Hop, il Blues e il Jazz, cimentandosi anche nella realizzazione di musiche per videogames, soundtrack e spot pubblicitari.

    La sua musica infatti suggerisce sempre delle immagini mentali particolarissime: visioni notturne, ambientazioni esotiche, situazioni inquietanti, rese per mezzo di suoni distorti, arrangiamenti orchestrati, contaminazioni jazz e drum ‘n’ bass, livelli sovrapposti di suoni campionati, trasformati in presenze che sgorgano all’improvviso dalle pieghe della melodia.

    Il 6 marzo scorso è uscita per la Ninja Tune la sua ultima release, Foley Room, sicuramente il suo disco più bello, un capolavoro assoluto.

    Negli album precedenti Amon Tobin si è spesso servito di stralci presi da vecchi vinili per rielaborarli e riutilizzarli trasformandoli in qualcosa di nuovo e anche stavolta ha potuto giovarsi della musica di artisti come the Kronos Quartet (in Bloodstone), Stefan Schneider e Sarah Pagé.
    In Foley Room, (che prende il nome dagli studi in cui vengono realizzati gli effetti sonori), però va oltre. Stanco delle possibilità espressive degli strumenti e degli effetti musicali più o meno canonici, secondo quanto riportato anche sul sito ufficiale della Ninja Tune, ha cercato e ha usato i suoni più diparati: dal ruggito di una tigre a gatti che mangiano topi, dal ronzio delle vespe a utensili da cucina, rubinetti sgocciolanti, il rombo di una motocicletta, ecc… trasformandoli in elementi cardine della sua sperimentazione musicale.

    Foley Room è un album che colpisce immediatamente per la purezza e la ricchezza dei suoni, la sperimentazione portata all’estremo, il tentativo di portare ordine nel caos e di fondere insieme musica e suoni. E’ un album, imprevedibile. Eccitante. Pieno di sorprese. Ad ogni ascolto si materializzano nuove profondità, si scoprono nuove interpretazioni, si sviluppano nuovi intrecci sonori.

    Bloodstones apre l’album con ritmi balcanici, Esther’s è un pezzo travolgente dai ritmi spezzati e incessanti, Keep Your Distance è l’evoluzione naturale della famosissima 4 Ton Mantis.
    Kitchen Sink ha un titolo decisamente descrittivo mentre la bellissima At The End Of The Day che chiude l’album è un incastro di lame e suoni metallici.
    In tutti i pezzi comunque è facile perdersi nel gioco di riconoscere suoni e rumori che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni ma che qui acquistano tutt’altra dimensione e diventano la leva per suscitare delle fortissime emozioni.
  • CONTRIVA - Separate Chambers

    Mag 4 2007, 15:43

    Musica in punta di piedi.
    E’ questa la prima definizione che mi viene in mente ascoltando i Contriva.
    Masha Qrella (Mina, NMFarner), Max Punktezahl (Jersey, the Notwist, Saroos), Rike Schuberty (Masha Qrella, Noel) e Hannes Lehmann (Mina) compongono la band di Berlino che incide per la Morr, ora alla terza prova dopo Tell Me When (2000) e If You Had Stayed... (2003) e confermano di avere uno stile tutto personale.

    Descrivere la loro musica è semplice: la melodia è l’elemento dominante di pezzi quasi sempre strumentali.
    I brani sono costruiti intorno a una breve traccia melodica, di solito raccontata da chitarre riverberate, che si ripete per tutta la lunghezza del brano, una volta dopo l’altra leggermente cambiata e arricchita di effetti e dettagli, magari con violini o tastiere.

    Descrivere l’atmosfera che si respira ascoltando il loro album Separate Chambers è invece molto più significativo. La musica dei Contriva è fatta di suggestioni, è capace di evocare immagini irreali e vivide allo stesso tempo.
    Una ventata di aria fresca e pura ci spalanca le porte di un mondo lontano dalla frenesia e dallo stress quotidiani, un mondo fatto di scampagnate all’aria aperta sotto il sole di aprile, di occhi strizzati per la luce e il calore sul viso, di corse sui prati e picnic sotto gli alberi. Un mondo lontano e irragiungibile, un desiderio di serenità vago e malinconico, di qualcosa che forse non abbiamo mai conosciuto.

    Good to Know che apre l’album è il manifesto del disco: un brano suonato con nonchalance, rilassato e melanconico. A seguire Unhelpful, molto più tirata e rockeggiante con le chitarre elettriche in primo piano.
    Before è il pezzo più pop deldel disco (e personalmente anche il più bello), con la voce sussurrata di Masha Qrella in primo piano così come in I Can Wait, gli unici due brani non completamente strumentali.
    Concrete Sleepers è una delicata ballata acustica che sembra snodarsi quieta e rilassata come un ruscello sotto un caldo sole al tramonto.

    Insomma un album fatto di melodie pacate e sottotono, di emozioni contenute che galleggiano sulla superficie della coscienza senza provocare scosse. Un album leggero, perfetto per la primavera.
    Non fatevelo sfuggire prima che la torrida estate arrivi impetuosa a infiammare i vostri lettori mp3!!

    http://www.myspace.com/contriva
  • GRANT LEE PHILLIPS - Strangelet

    Mag 4 2007, 15:23

    Chi non si ricorda la splendida Fuzzy?
    La voce di Grant-Lee Phillips ha scaldato i cuori di migliaia di ragazzini nel lontano 1993 e nel corso degli anni ha continuato a raccontare storie fino ad oggi, dallo scioglimento dei Grant Lee Buffalo, e poi con ben 4 album solisti prima di quest’ultima prova uscita il 27 marzo scorso per la Zoe Records.

    Ora quella voce è tornata ancora una volta ed è sempre la stessa, calda, avvolgente, un po’ ruvida, assolutamente inconfondibile.
    Devo ammettere che non ho seguito molto Grant Lee Phillips nella sua carriera solista ma ascoltare il suo nuovo album Strangelet mi fa l’effetto di un salto indietro nel tempo, visto che non sembra passato nemmeno un giorno dai tempi dei suoi gloriosi Grant Lee Buffalo.
    Strangelet, alla cui realizzazione ha collaborato anche Peter Buck, chitarrista dei R.E.M., si compone di 12 brani, che formano una raccolta coerente e unitaria, nella quale si sviluppa un’atmosfera rilassata e intima, calda e spontenea, appena velata da un’ombra di malinconia.

    Dream in Colour è forse la traccia più bella dell’album, dove la voce modulatissima di Grant Lee è la protagonista assoluta su una semplice base melodica contrappuntata da una batteria e sottolineata dagli archi.
    Soft Asylum, il primo singolo è il pezzo più tirato, ritmato e accattivante e anche Raise The Spirit ha un ritornello irresistibile, pur se sempre velato da una sottile malinconia..
    Altro pezzo degno di nota è Johnny Guitar, un pezzo in crescendo, dalle evidenti radici country, dove l’energia si sviluppa un po’ alla volta ed esplode in chitarre distorte e una voce sempre più stranita.

    Bellissime le melodie, gli arrangiamenti perfetti, delicati o impetuosi a seconda delle esigenze, e inconfondile il modo di cantare di Phillips, l’elemento che rende subito riconoscibile ogni suo pezzo. Ed è proprio questo forse il suo limite: se togliamo la voce, che li caratterizza, presi singolarmente i brani sono tutti belli, piacevoli da ascoltare, ma non attaccano, non rimangono in mente, non ti chiedono di essere ascoltati.
    Se capita, bene. Si passa un’ora in compagnia di ottima musica. Ma se non capita è difficile che ti prenda il desiderio irrefrenabile di ascoltare Strangelet.
    Forse in fondo qualcosa è cambiato dai tempi di Fuzzy, forse l’ispirazione, la spontaneità, l’urgenza della musica hanno lasciato il posto a una capacità grandissima di scrivere ottimi pezzi che però non riescono più a toccare davvero il cuore.

    TRACKLIST:
    1. Runaway
    2. Soft Asylum (No Way Out)
    3. Fountain Of Youth
    4. Hidden Hand
    5. Dream In Color
    6. Chain Lightning
    7. Raise The Spirit
    8. Same Blue Devils
    9. Killing A Dead Man
    10. Johnny Guitar
    11. Return To Love
    12. So Much


    http://www.grantleephillips.com/
    http://www.myspace.com/grantleephillips