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  • un re che non sa parlare in una società di parole

    Feb 28 2011, 15:50

    film sofisticato. un problema comune e apparentemente anodino quale la balbuzie diventa l' affascinante chiave di volta delle contraddizioni insite in un'epoca. Un'epoca quella mediatica in cui impera l'urgenza comunicativa, in cui l'esserci è il perno dell'essere, i nuovi codici del sonoro prima e del visivo poi ridefiniscono le virtù che si addicono all'uomo pubblico, la cui ars oratoria diventa ora veicolo di idee ora strumento di manipolazione. Se Hitler è il prodotto becero ma paradigmatico di questa trasformazione, il delicato re Giorgio ne rappresenta le insanabili (e reazionarie) contraddizioni ... in che misura può ben governare un re che tartaglia in una società logocentrica ?
    un film sul linguaggio e sul rapporto tra questo e il potere, e delle responsabilità del potere, organizzato in tempi perfetti e battute brillanti, con un uso sapiente degli attori ed una felice attenzione alle psicolgie dei protagonisti. Oscar meritati.
  • la filantropia cura il bamboccismo

    Gen 9 2011, 22:59

    nessun "altro mondo" : è il pervasivo microcosmo del sé occidentale che, nella freudiana ossessione di autoaffermarsi, ritrae l'altro, il diverso, come fosse un suo clone. Pletora di cliché, esotismi da cartolina, bieche inesatezze culturali (Muccino sa, quando ascolta musica tuareg. che tra i berberi e il kenya passa non un mondo, ma l'intera via lattea ??). Il locale che restringe il globale, anzi lo trasferisce direttamente a Roma, una roma borghese fatta di vedute e villini, assente di qualsiasi innovazione estetica o semantica, anche qui una cartolina ; risultato ? il globale divente globalizzato, muccino tira un sospiro di sollievo e torna a trattare il tema che gli riesce meglio : sé stesso. E tutto è più prevedibile...
  • nolan e la baracca dei sogni

    Ott 2 2010, 11:32

    i film sulla psiche non sono certo una novità, il che non deve stupire : i sogni, l'inconscio, l'alchimia di emozioni, paure, pulsioni di cui non conosciamo i meccanismi reconditi, ma di cui ammiriamo il potenziale rivelatorio, sono temi di per sè coinvolgenti, metaforicamente liberi, ove le immagini possono sovrapporsi e moltiplicarsi esponenzialmente senza la pretesa di grandi chiarimenti, l'esigenza di consistenti cornici di significato o di ingegnosi intrecci... è sufficiente salvaguardare un tenue filo conduttore che sorregga i pezzi del mosaico, non più di una didascalia sommaria degli eventi, ben accorti a lasciar l'implicito non rilevato perché dire tutto rovinerebbe l'alone di mistero ...
    Largo alle interpretazioni soggettive quindi, e Inception oltre non va : lascia che sia il suo ritmo serrato e la sua estetica olistica a evocare arbitrariamente sensazioni nello spettatore, senza preoccuparsi di far risultare sceneggiatura, attori, contenuti un minimo espressivi o quantomeno coesi.
    Nolan non intacca la formula vincente del suo non-sense hollywoodiano : bombardare lo spettatore di effetti sonori, location, mix di generi, tecnologie prodigiose e acrobazie scenografiche, sperderlo in dedaliche ricostruzioni degli eventi, complicare alll'inverosimile la complessità degli incastri per poi cullarlo nel più banale dei finali, tanto da chiedersi il perché di tanto rumor per nulla
  • flash sugli zen circus

    Lug 31 2010, 21:24

    "a chi è andato a vivere a londra (...) Le paure non han fissa dimora... le vostre svolte son sogni di gloria"

    a volte per rompere l'incantesimo basta una frase...
    una frase improvvisata, volutamente ambigua, piazzata a caso, senza troppe pretese, buona per la rima più che altro ...
    ma la cialtroneria ermetica dei nostri attuali cantaurtori italici alla lunga stanca, laddove manca il concetto da esprimere si opta per la vaghezza, o per l'insulto, vero ed unico leitmotiv del pezzo degli Zen, che propone un'amara invettiva nei confronti dei detrattori non meglio precisati del gruppo. sono dell'idea che nell'ambito musicale, e specie in un certo tipo di musica che si vuole di denuncia, le parole siano veicoli di idee quantomeno chiare e che in tal senso vadano soppesate ...

    quel "chi" qualunquista e superficiale, alla ricerca del TIPO piuttosto che della persona...
    sarebbe il protogruppo degli "emigrati" ad avere paura ? la poliedrica massa di individui chiaramente colpevoli di non essere musicisti e di non campare di sola musica ?
    e gli zen circus invece cosa fanno, le rockstar ribelli che rilasciano interviste ad ondarock ? e cosa propongono per cambiare ? un mediasettiano vaffanculo ?...

    un gruppo simpatico, ma privo di spessore ideologico e di qualsiasi prospettiva socioculturale di riferimento. al metà tra il freak e l'anarco punk, optano per lo sfogo ribelle di gucciniana memoria (l'avvelenata) ma senza concedersi il beneficio del dubbio. E' una condanna senza travaglio, un distruggere senza costruire, un fingersi adolescenti solo per titolare un ablum con una paroaccia. (e risultare appetitibili quindi a tutti, anarco, punx, fricchettoni, veline e il resto dei sottogeneri puberali).


    senza scomodare il cantautorato di professione, i sempre italici-combat folk-denuncia MCR sono su un altro pianeta, sia come consistenza ideologica, sia come sentimento, sia come musica (sebbene questi ultimi due dischi degli zen erano arrangiati decentemente).

    insomma, l'italietta buona e incazzata, ma pur sempre l'italietta...
  • Vic Chesnutt (1964-2009)

    Dic 27 2009, 20:06

    Vic Chesnutt

    quando un artista mi piace, il mio attaccamento e quasi morboso, viscerale, ai limiti del maniacale.
    Vic Chesnutt lo conoscevo per qualche disco, ma l'effetto delle sue canzoni sul mio umore era quasi sproporzionato. NSD l'ho violentato. ogni suo lamento, ogni suo sussuro ogni frase spezzata rappresentava per me un dolore universale, completo, reale. La sofferenza del singolo eretta a gioco artistico non è forse la sofferenza di ogni uomo ? La poesia di chesnutt era il lamento e il patema che l'umanità intera prova di fronte ai mali iniqui che l'esistenza ci riserva in modo arbitrario.
    Vic non poteva fare l'amore. La sua unica gioia veniva dalla musica, il suo unico scopo era nella musica. quanti come lui nella stessa condizione ? troppi, troppo isolati nella loro esistenza claustrale. La poetica di chesnutt stava nella solitudine dell'uomo di fronte ad un malessere ontologico, che trasporta come fardello, sentimento acutizzato dalle responsabilità personali che sono all'origine del suo handicap.

    Tuttavia, la sua vena creativa, la sua musica sublime lo innalzava e lo elevava al di sopra della sua dannazione.La voce di Vic emergeva dal più profondo nero senza uscita e si ergeva a corazza, portando un messaggio universale di consolazione e di conforto. You are never alone. Le sue parole erano pura energia vitale. Stoico, degno, sarcastico ( ad avere una traduzione completa dei suoi testi). La sua musica non l'ha più sostenuto, un paio di tracce in at the cut ci annunciano la sua morte. Lui che ci ha sempre giocato con la morte...
    Gli avrei voluto chiedere, cosa ti ha fatto presagire, da At The Cut, che non ce l'avresti più fatta, che suonare e narrare non ti avrebbe più sorretto ? ogni artista, in un dato momento, percepisce che il suo modo di sentire il mondo, il modo in cui il mondo "suona", non gli appartiene più. Crisi artistica, crollo verticale, metamorfosi dell'anima. Gli accordi suonano uguali, il canto di più in più strozzato. At the cut è un disco stupendo, ma non ai livelli di NSD.
    Anima fragile, Vic non può cambiarsi, non saprebbe da dove ripartire senza la sua musica. Ora più che mai, alla luce del suo suicidio, mi rendo conto di come i suoi dischi registrassero tanti punti di non ritorno. Non puoi scrivere una canzone come "Over" e pensare di restituirti alla normalità, lui che cmq tenta di reinventarsi folkettaro collaborando con gli elf power.
    Il malessere di Chesnutt era cosmico. limpido. irreversibile ?

    la musica rappresenta una salvezza ? forse percepiva che narrare storie non lo avrebbe più aiutato, non Ci avrebbe più aiutato, noi testimoni della sua epica lotta per la sopravvivenza.

    tra le migliaia di artisti che compongono le mie librerie musicali, fra tutti i dischi che ricoprono gli scaffali, anche fra quelli a cui sono sentimentalmente profondamente legato, credo che nessuno come Vic Chesnutt instauri un rapporto così sincero, appassionato, diretto con l'oggetto del proprio lavoro.
    Mestieranti, star del music buisness, creativi sperimentali, a noi la musica ci piace così, un po contenente e un po contenuto, un po arte e un po prodotto.
    La mia percezione è che se ne sia andato qualcuno che della sua arte faceva non un mestiere, ma pura linfa vitale.
    potenza creativa dell'artista, è lui l' artefice fin in fondo del suo destino. mi piace pensare che forse era davvero giunto il suo momento.
    una cosa è certa. i suoi seguaci, il piccolo stuolo di fan fedeli e realmente affezionati, rari oggigiorno, di Faberiana memoria, si commuoveranno al suo ricordo e nessuno di loro potrà, ascoltando le canzoni di questo eroe folk moderno, sentirsi veramente solo.


    rip