Biografia

E’ il 1968, quando quattro giovanissimi studenti olandesi di Den Haag formano un gruppo dal nome Sweet OK Supersister, ben presto abbreviato in Supersister. Il tastierista e cantante Robert-Jan Stips, il flautista Sacha van Geest, il batterista Marco Vrolijk ed il bassista Ron van Eck, forti di doti tecniche molto buone, hanno una gran voglia di stupire e di mostrare il loro talento e in breve tempo diventano una band molto apprezzata in ambito locale. Nei loro primi passi si segnala anche la presenza occasionale in formazione del trombettista Rob Douw e del cantante-chitarrista Gerhard Smid. Dopo essersi fatti le ossa suonando diversi concerti in piccoli club, i Supersister arrivano alla prima prova discografica nel 1970 con il singolo She was naked/Spiral staircase, che ottiene un discreto riscontro e spinge la Polydor ad investire su di loro. Sotto la direzione del produttore Hans van Oosterhout, i musicisti realizzano il loro primo LP nello stesso anno, intitolato Present from Nancy. La grande varietà di temi musicali in esso presenti fa conoscere una band dalla straordinaria fantasia ed inventiva e cominciano a sprecarsi i più vari paragoni: si va da Zappa ai gruppi canterburiani, ma la realtà dei fatti è che i Supersister sono una formazione unica, personale, che esordisce alla grande e che ha un luminoso futuro davanti a sé. Nonostante il nuovo singolo pubblicato (Fancy Nancy/Gonna take easy) non venda benissimo, il successo del disco d’esordio è più che soddisfacente e i ragazzi si immergono subito nella stesura del secondo lavoro. To the highest bidder esce nel 1971 e conferma completamente le ottime impressioni suscitate dal precedente album. I Supersister cominciano così a farsi un nome in patria e partecipano, nello stesso anno, all’importante Pinkpop festival, prima di impegnarsi in una lunga tournée che li tiene occupati per gran parte del 1972. E sempre nel 1972 si segnalano altre tre prove discografiche: dapprima il singolo Radio/Dead dog, successivamente l’album Pudding en gisteren (portato in concerto anche al Nederlandse Danstheater) e, infine, la compilation Superstarshine, contenente singoli, b-sides e brani inediti, tra i quali si segnala la versione live di Wow, cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo.

Il felice momento viene però turbato dai primi dissapori all’interno della formazione. Stips e van Eck cominciano a pensare alle direttive relative al futuro sound da dare alla band ed i litigi con gli altri componenti arrivano ad un punto di non ritorno quando si discute sulla possibilità di realizzare un concept-album dedicato alla vita di Alessandro il Grande, orientando la musica in territori più vicini alla fusion. A questo punto, infatti, van Geest e Vrolijk abbandonano il gruppo; il flautista inizia a lavorare a dei progetti solistici, mentre il batterista entra a far parte della folk band CCC Inc. Il nuovo batterista dei Supersister diventa Herman van Boeyen (ex Livin’ Blues), mentre Charlie Mariano (ex Ambush e Embryo) prende il posto di van Geest ai fiati. Ma non è tutto: infatti, cambia anche il produttore, che è Giorgio Gomelski, celebre per le sue numerose collaborazioni (tra le quali ci preme segnalare quelle con i Soft Machine, i Gong e i Magma). Con la nuova line-up viene inciso in Gran Bretagna (al Manor, noto perché Mike Oldfield vi aveva registrato il famosissimo Tubular Bells) Iskander, album più sperimentale rispetto ai precedenti, ma non privo di fascino. Il titolo del disco è il nome turco di Alessandro il Grande, visto che alla fine si è scelto di seguire quest’idea tematica, eppure i cambiamenti che spostano i Supersister in una direzione più vicina al jazz-rock non sono del tutto graditi dai fans, che accolgono il nuovo disco in maniera abbastanza tiepida. La formazione non è più stabile e si segnala la defezione di Mariano, che si unisce ai Porkpie ed è sostituito da due musicisti che figurano però come ospiti: si tratta di Rob Kruisman (sax e flauto, ex Bintangs) e John Schuursma (chitarra, ex Brainbox). Ma la vera sorpresa è data dalla collaborazione, seppur breve, con Elton Dean, reduce dai grandi successi con i Soft Machine. Questo periodo un po’ strano culmina con la partecipazione di Dean, Stips, van Eeck e van Boeyen al progetto solista di van Geest, che esce nel 1976 col titolo di Spiral Staircase, realizzato sotto la sigla di Sweet O.K. Supersister, la qual cosa ha contribuito a generare un po’ di confusione nella discografia della band.

Purtroppo, i Supersister sono ormai allo sbando e giunge il momento dello scioglimento. Dean torna in Inghilterra e gli altri musicisti continuano la loro carriera impegnandosi in diversi progetti. Il più attivo è Stips che nel 1976, dopo aver realizzato a nome Stars & Stips il disco Nevergreens (con Bertus Borgers, Rinus Gerritsen e Cesar Zuiderwijk), si unisce ai Golden Earring, partecipando agli album To the hilt (1976), Contraband (1976) e Grab it for a second (1979). In seguito entra per un po’ nei Sweet d’Buster (First album, 1976; Friction, 1978 e Gigs, 1979), dopo di che forma i Transister, che hanno vita breve (un unico album, Zig Zag, datato 1979), mentre più duraturo è il rapporto che instaura con i Nits, gruppo con il quale suona per quindici anni. Dopo l’esperienza con i Nits forma un trio ribattezzato Stips. Degli altri musicisti dei Supersister si ricordano le prove di van Boeyen con i Red, White & Blue, di van Eck con gli Stamp ‘n’ Go, di Kruisman con i Carlsberg e di Schuursma con i Third Eye. Sul fronte Supersister, l’unica novità degna di nota è che la Polydor nel 1990 mette in commercio le ristampe dei loro album, che vengono raggruppati a coppie in tre cd. Si giunge lentamente ai giorni nostri, più precisamente al 2000, quando, con grande sorpresa e gioia per gli amanti del progressive, i Supersister si riformano con la prima line-up e si esibiscono in uno splendido concerto al Progfest di Los Angeles. Nello stesso anno esce una compilation con vecchie registrazioni dal titolo M.A.N. - Memories Are New ed i musicisti si impegnano in un breve tour olandese, molto apprezzato, toccando le città di Tilburg, Amsterdam, Den Haag e Groningen, dal quale è scaturito il bellissimo doppio album dal vivo Supersisterious. Purtroppo la rinnovata vitalità con la quale i Supersister si sono ritrovati non dura a lungo. Nel 2001 la scomparsa di van Geest, a causa di un male incurabile, costringe il gruppo al nuovo stop. Una carriera straordinaria si chiude forse definitivamente e nella maniera più tragica, lasciando come testamento un’eredità costituita da una manciata di dischi assolutamente spettacolari.

DISCOGRAFIA
PRESENT FROM NANCY (1970)
L’esordio dei Supersister avviene con un album fantastico! Aperto da un’introduzione vivace di quasi tre minuti, in cui su ritmi curiosi e dagli stacchi continui piano e flauto si alternano alla guida, il disco entra nel vivo con la title-track, superba dimostrazione delle grandi qualità del gruppo. Possiamo così ascoltare un jazz-rock vibrante, dalle ritmiche incessanti e con piano e flauto pronti a darsi il cambio in fughe mozzafiato. Memories are new è il primo episodio cantato: belle armonie vocali, ma ancora una volta emerge la tecnica sopraffina dei musicisti, per merito della fantasiosa coppia basso-batteria e delle tastiere di Stips, vicine in quest’occasione al Ratledge dei primi Soft Machine. Senza soluzione di continuità si passa a 11/8, brano strumentale che, come lascia intuire il titolo, offre tempi dispari, ma anche tastiere che proseguono il discorso di Memories are new, accompagnate da un elegante flauto nel finale. Dopo un quarto d’ora trascorso praticamente in asfissia si rallenta un attimo con la delicatezza di Dreaming weelwhile, col flauto a creare suadenti melodie, ritmi molto rilassati e tastiere d’atmosfera per quasi tre minuti di magia che portano a conclusione il primo lato dell’LP. La breve Corporation combo boys apre la seconda facciata e si caratterizza per le buffe melodie, molto curiose, in particolare quelle solo vocali all’inizio e alla fine del brano. Mexico ci porta in territori a cavallo tra jazz-rock e sregolatezza zappiana, elementi amplificati dal successivo Metamorphosis, tour-de-force dinamico e appassionante, con l’organo “sporco” in bella mostra, che va a concludersi con i venti secondi di Eight miles high. Il finale del disco è affidato agli otto minuti e mezzo di Dona nobis pacem, che è qualcosa di completamente differente rispetto a quanto ascoltato finora: tastiere d’atmosfera e toni drammatici che sfociano nel finale in una canzonetta bizzarra e divertente per una composizione molto espressiva che si mostra come una sorta di ambient ante litteram. Debutto assolutamente strepitoso, quindi, per i Supersister, che presentano una proposta straordinaria abbinando complessità e melodia, dimostrando immediatamente di avere tutte le carte in regola per rientrare nella cerchia dei grandissimi del prog.

TO THE HIGHEST BIDDER (1971)
Il secondo album mantiene tutte le aspettative che si potevano avere dopo lo splendido debutto, a partire dall’opener A girl named you, in cui si confermano tutte le eccezionali doti emerse nel precedente disco, con lo straordinario lavoro della sezione ritmica che tra cambi di tempo, stacchi continui, forza e agilità, permette i funambolismi ripetuti di Stips e Van Geest nei loro solos mozzafiato, ricami di gran classe, alternanza tra momenti veloci e travolgenti e frangenti più distesi e melodici grazie ad intrecci sempre efficaci. Le belle armonie vocali fanno il resto in questa composizione emblematica per un gruppo che sembra unire al meglio certe esperienze canterburiane ed una tecnica quasi à la Gentle Giant, con risultati di indubbia validità. Il secondo brano è No tree will grow, sette minuti e mezzo aperti da un’introduzione di tastiere atmosferica e leggermente sinistra che si protrae per oltre due minuti, dopo di che su leggeri tocchi di piano possiamo ascoltare un cantato soffuso e malinconico con il quale si entra nel vivo del brano. Si inserisce a questo punto la sezione ritmica, eppure il brano si mantiene melodico: il piano delicato di Stips, la voce calda e rassicurante di Van Geest (che ci regala anche un dolce assolo al flauto) sono pregni di romanticismo, fino all’accelerazione scattante che precede il finale in cui un’atmosfera elegante viene poi improvvisamente rotta dalle risate dei musicisti. Quindici minuti per Energy (out of future), composizione dall’inizio un po’ marziale guidato da batteria e flauto, ma pronta a svilupparsi lungo quelle coordinate cui i Supersister cominciano ad abituarci attraverso cambi di tempo a go-go, tastiere, flauto e voce che regolarmente si alternano alla conduzione e qualche brillante trovata zappiana. Chiude l’album la breve Higher, brano dalle melodie semplici ed accattivanti, seppur un po’ stravaganti, ma sempre piacevole all’ascolto. L’ascolto di To the highest bigger è, quindi, una conferma a pieni voti per i Supersister, con, in più, la consapevolezza di essere al cospetto di un gruppo di musicisti di grandissimo livello.

PUDDING EN GISTEREN (1972)
Pudding en gisteren è un album molto allegro, come i quattro minuti dell’opener Radio dimostrano subito per merito di melodie allegre e giocose. Dopo un brevissimo intermezzo tastieristico di sedici secondi (Supersisterretsisrepus) si passa ad un altro brano dalla durata contenuta, Psycopath, che può ricordare dolci ballate canterburiane. Con Judy goes on holiday (dodici minuti e mezzo) siamo di fronte ad un pezzo da novanta: apertura energica con tastiere à la Ratledge e ritmi che si fanno man mano più insistenti, improvvise aperture melodiche col flauto a dettar legge, continui cambi di tempo e di velocità, armonie vocali dal grande fascino, sprazzi di grande atmosfera, un basso non solo relegato in ambito ritmico ed un finale molto buffo con una caricatura delle canzoni degli anni ‘50 sono caratteristiche che rendono questa composizione una delle più amate dai fan dei Supersister. I ventuno minuti finali (strumentali) dell’album sono affidati ad uno dei momenti musicali più esaltanti che i Supersister ci abbiano mai regalato: Pudding en gisteren music for ballet. Il magico tema di apertura è una spettacolare unione di pagine zappiane e canterburiane, coinvolgente al massimo e ci introduce magicamente in un percorso musicale formidabile, ricco di sfumature, che, per merito dell’abilità tecnica dei musicisti, di ottime scelte timbriche e degli immancabili cambi di tempo, attraversa frasi jazzistiche, melodie sempre indovinate, scintille sinfoniche, intricate soluzioni strumentali, fino alla dolcissima e leggermente malinconica (in controtendenza a quanto ascoltato per quasi tutto il disco) conclusione. La straordinaria fantasia della band raggiunge probabilmente in quest’occasione il suo momento di massimo splendore per merito di musicisti che non solo dimostrano per l’ennesima volta la loro abilità esecutiva, ma confermano anche di essere eccellenti compositori.

SUPERSTARSHINE (1972)
Non una semplice compilation… I brani raccolti su quest’album sono infatti sei singoli mai apparsi su disco, una registrazione dal vivo e solo tre canzoni già edite su LP (queste ultime non appaiono, però, sulla ristampa in cd). I singoli sono composizioni di qualità che rendono merito ancora una volta alla grande bravura della band, a partire dalla splendida She was naked, frizzante e trascinante come i Supersister ci hanno abituato. Breve, ma non priva di fascino, la strumentale Missing link, in cui tastiere e fiati tessono, come sempre, trame incantevoli. Curiose e divertenti Gonna take easy e Fancy nancy, che sembrano una sorta di versione prog del rock ‘n’ roll degli anni ‘50, ma tantissima ironia traspare anche dal rock melodico e cabarettisitico di The groupies of the band. I 13 minuti di Wow sono il pezzo forte di quest’album, visto che ci fanno conoscere uno dei cavalli di battaglia dal vivo del gruppo, uno straordinario bombardamento di note, con armonie vocali particolarmente bizzarre, che non lascia un attimo di tregua, guidato da un tema principale di rara bellezza ed efficacia che si ripresenta continuamente. Infine, si segnala Spiral staircase che è in pratica un anticipazione dell’album che uscirà nel 1974.

ISKANDER (1973)
Dopo una curiosa introduzione, Dareios the emperor ci fa immergere nel nuovo corso dei Supersister, i quali propongono per l’occasione un jazz-rock caldo e penetrante con tastiere e sax che si lanciano in solos e duetti esuberanti. Alexander è una composizione curiosa, che offre un mix di sonorità che ripercorrono quelle dei primi lavori, ma che prevedono anche melodie dal vago sapore orientaleggiante ed un sax stridente, a tratti vandergraafiano, a tratti più tipicamente jazz. Introdotta da una bella melodia di flauto, alla quale segue l’intervento del piano, la breve Confrontation of the armies è veloce e coinvolgente con discreti intrecci strumentali, mentre più altisonante risulta The battle che, aperta da fieri colpi di batteria, si caratterizza per un inizio pacato ed uno sviluppo fatto di funambolismi jazz-rock che possono in parte ricordare l’ala canterburiana degli Hatfield and the North. Bagoas è un breve brano che si caratterizza per un tema in stile medievale e rifiniture jazzate. Roxane, Babylon e Looking back (che si conclude con lo stesso tema dell’introduzione presente all’inizio del disco) scorrono via splendidamente con nuovi accenni canterburiani e fusion ed alternando melodie piacevoli (e a volte buffe) e frangenti più agitati e veementi. L’entrata di Mariano al posto di Van Geest spinge il gruppo in una direzione più marcatamente jazz, eppure, nonostante la diversità rispetto alla produzione finora ascoltata, la qualità del nuovo lavoro si mantiene elevatissima. Pur mancando di quella verve frizzante ed anche ironica che contraddistingue gli album precedenti, Iskander è un’altra ottima prova, stavolta principalmente strumentale, di una band che continua a fare della fantasia e dell’abilità tecnica i suoi punti di forza.

SPIRAL STARICASE (1974)
Anche se si tratta a tutti gli effetti di un progetto solista di Van Geest, Spiral staircase viene fatto comunemente rientrare nella discografia dei Supersister, visto che vi suona la band al completo. Si tratta, senza dubbio, del lavoro più folle, ironico e strambo di questi musicisti: vi troviamo infatti una serie di brani molto curiosi e caratterizzati da strambe melodie. L’inizio eccentrico di Retroschizive e Jellybean hop ne è la migliore dimostrazione, tra stravaganti vocalizzi e bizzarri interventi di sax. Dangling dingdongs, nei suoi quasi sette minuti, è la composizione più vicina ai primi album dei Supersister, costruita com’è su agili incastri strumentali. Gli altri brani proseguono con la verve bizzarra e irriverente attraverso cui sono uniti stili musicali diversissimi e molto allegri, con effetti sonori di ogni tipo ed una creatività musicale che si mantiene brillante ed estrosa. Le continue trovate avvertibili nella stravagante Sylver song, nel folk lunatico di Cookies, teacups, buttercups, nelle assurde melodie e nelle parossistiche parti vocali di Gi, ga, go (con tanto di risate finali accelerate, tipo cartoni animati), nella beffarda ballad It had to be, che evolve nelle accelerazioni di eccentrico jazz-rock con Nosy parkers e nella conclusiva unione di ironia e romanticismo (ascoltate lo splendido intervento del flauto) di We steel so frange mostrano l’estro e la creatività di un gruppo di musicisti che qualsiasi appassionato di rock progressivo dovrebbe conoscere.

MEMORIES ARE NEW (2000)
Il ritorno sulle scene del gruppo induce la pubblicazione di questo lavoro contenente brani dal vivo e inediti registrati negli anni ‘70 ma rimasti nel cassetto. Nonostante una qualità sonora non eccelsa è un piacere (ri)ascoltare pezzi da novanta quali Present from Nancy, Radio, Mexico e Judy goes to holidays in versione live. I brani inediti sono invece composizioni piuttosto brevi, che probabilmente danno una sensazione di incompiutezza, ma che mostrano ancora una volta quel mix di tecnica, ironia e divertimento di cui è capace il gruppo, attraverso pastiches sonori spassosi e piacevoli, che alternano romanticismo, soluzioni molto movimentate e che sono spesso arricchiti dall’accompagnamento orchestrale. Non manca qualche spunto che rimanda alla musica classica e che affronta delle idee che saranno sviluppate meglio in alcuni dischi (Hommage, che anticipa, col piano, il tema principale di Pudding en gesterein e Nothing is real contenente un motivo che sarà poi ripreso in Judy goes on holiday). Non consiglierei di partire con quest’album per conoscere i Supersister, ma una volta ascoltati gli altri lavori del gruppo, anche Memories are new diventa una tappa irrinunciabile.

SUPERSISTERIOUS (2001)
A differenza di Memories are new, questo stupendo doppio album dal vivo può rappresentare un ottimo punto di partenza per avvicinarsi a questa band immensa. Supersisterious sprigiona infatti tutta la carica e l’energia di musicisti che amano suonare e divertire con la loro proposta. E’ difficile descrivere le emozioni che scaturiscono dall’ascolto di un simile lavoro, che contiene alcune delle perle migliori che i Supersister abbiano mai realizzato. Composizioni sfrenate, sciolte, agili e geniali come Present from Nancy, Memories are new, A girl named you, Judy goes on holiday, Energy, Pudding en gisteren, Wow sono eseguite meravigliosamente, favorendo il grande trasporto non solo della fortunata platea che ha potuto assistere al concerto, ma anche dell’ascoltatore che può godersi questa musica magnifica semplicemente spingendo il tasto play del proprio lettore cd. Gli altri brani, più brevi, non sono comunque da meno quanto a bellezza, complessità, tecnica e ironia e l’incredibile abilità dei musicisti di far interagire i loro strumenti in maniera funambolica emerge splendidamente anche dal vivo. Album, quindi, assolutamente travolgente (non meravigliatevi se all’improvviso vi renderete conto che senza volerlo state tentando di tenere il tempo battendo i piedi, facendo contemporaneamente strani movimenti con la testa…), che dimostra in quasi due ore di favoloso progressive come i Supersister non siano grandissimi soltanto in studio.

Autore modifica: bad-trip (data: Feb 5 2008, 12:04)

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