Biografia

Magazine
La formula sintetica

Come aggiornare il punk e aprire la strada al pop-rock elettronico in un colpo solo. E senza sottostare ai dogmi di entrambi. Ovvero, la storia dei Magazine del genio folle Howard Devoto e del mago dei synth Dave Formula. Una storia iniziata con un tradimento e proseguita per quattro, intensi anni, destinati a influenzare profondamente il wave-sound. Al punto da ricevere gli omaggi di molti allievi illustri, da Morrissey ai Radiohead.

Infedeli alla linea

Nell’Inghilterra divorata dalla febbre punk, c’era anche chi già guardava avanti. Gente curiosa, impaziente e, in definitiva, scomoda. Perché in era punk, bisognava essere e suonare punk. E chi si asteneva dalla lotta… Era un voltagabbana, quantomeno. Come Howard Trafford “Devoto”. Uno che la storia del punk l’aveva già scritta, e fin dall’inizio, nelle file dei pionieri Buzzcocks. Ma anche un bastian contrario, che voleva essere “avanti” a tutti i costi. Un vizio che all’epoca stava contagiando anche formazioni come Stranglers e Ultravox!, decise a sbarazzarsi della formuletta punk mandata a memoria per - orrore! - aprire a tastiere e arrangiamenti sofisticati. Devoto la pensa come loro, e guarda in particolare alla tradizione del pop britannico e al glam-rock d’alta scuola targato Bowie-Roxy Music, ma anche al kraut-rock più melodico e al lato più “glaciale” del funk e del soul. In più, da buon (ex) studente di filosofia, si diletta a scrivere testi un po’ più cervellotici della media del periodo. Ce n’è abbastanza per detestarlo (i fondamentalisti del punk) o interessarsi a lui (il resto del mondo).

Così, mentre “God Save The Queen” deve ancora sconquassare Buckingham Palace, a Manchester Howard Devoto è già uscito dal gruppo e ha fondato i Magazine. La formazione annovera anche lo scozzese John McGeogh (chitarra e sassofono), Barry Adamson (basso), Martin Jackson (batteria) e Bob Dickinson alle tastiere, presto sostituito con Dave Formula. Proprio quest’ultimo è l’elemento chiave, destinato a formare con Devoto un tandem affiatatissimo anche dal punto di vista compositivo. Formula può a ragione vantare il copyright su buona parte del sound del decennio successivo. I suoi intarsi di tastiere, infatti, diverranno un punto di riferimento decisivo per band come Simple Minds, Ultravox e Japan che porteranno il verbo del pop (ma anche rock) sintetico al suo massimo fulgore.

Ingaggiati dalla Virgin, i Magazine scodellano subito un hit, il singolo “Shot By Both Sides”, firmato da Devoto con Pete Shelley, suo ex compagno di Buzzcocks: un refrain pop appiccicoso viene immerso in un clima paranoico, tra riff-killer di chitarra, cambi di ritmo e un canto sempre più paranoico, fino all’assolo liberatorio di McGeoch. Praticamente un inno. Entra dritto nella top ten britannica e si aggiudica il titolo di “miglior brano punk dell’anno” (pur essendo già qualcos’altro). John Peel lo inserirà tra i suoi singoli preferiti di sempre. Come inizio, non c’è male.

“Shot By Both Sides” è, a seconda delle interpretazioni, l’ultimo colpo di coda del Devoto punk o l’anello di congiunzione col suo nuovo corso. Fatto sta che nelle prove successive dei Magazine quel sound si allontanerà sempre più dall’imprinting d’origine, inseguendo una sintesi impossibile tra i Clash e i Roxy Music. Il risultato sarà uno degli album-chiave del post-punk e della new wave tutta.

Paranoid androids

Real Life esce nel 1978 e dà l’abbrivio a una nuova stagione, quella della new wave più sintetica, del pop-rock elettronico, che spopolerà per quasi tutto il decennio successivo sulle due sponde dell’Oceano, con buona pace dei fondamentalisti di cui sopra (non a caso la parte della critica più legata al punk la snobberà quasi in toto).
Le prime note dell’iniziale “Definitive Gaze” hanno il sapore di un ritorno al futuro, di una sintesi precoce di tutto ciò che verrà: basso funk, organo e tastiere sci-fi allestiscono una lambiccata danza per vampiri, in cui pare quasi impercettibile il suono della chitarra, fino al crescendo finale, con i synth modulati a velocità sempre maggiore e la melodia che svanisce. Aleggia l’ombra del pioniere Brian Eno, ma è soprattutto un numero d’alta scuola di Formula, ora novello Mike Garson, col suo pianismo da lounge surreale, ora organista celestiale, ora man-machine con i suoi riff sintetici da androide. “My Tulpa” riporta le chitarre in primo piano, con un lead distorto a sfregiare una partitura d’organo dagli afrori funky, prima del fulminante assolo di sax conclusivo; Devoto ci infila un testo delirante dei suoi, dove “Tulpa” è l’amico immaginario dei bambini, invocato sull’orlo di un collasso nervoso (“‘I want to see you, dont you want to see me?… I’ve lost my way in my feelings”).
Dopo la succitata “Shot By Both Sides”, tocca a “Recoil” ribadire la lezione punk: due minuti a nervi tesi, tra ronzii, ritornelli ipercinetici e versi irriverenti (“You scratch my back and I grow claws, falling in love awkwardly”).
La seconda parte del disco è forse meno immediata, ma altrettanto suggestiva. “Burst” si scioglie in languori glam d’ascendenza bowiana; “Motorcade” rievoca il fantasma di John F. Kennedy tra piogge gelide di tastiere, frenetici cambi di ritmo e un assolo quasi glam-metal; “The Great Beautician In The Sky” è un balletto meccanico per basso, organo e synth, a incorniciare uno dei loro testi sardonici (“roses are red violets are blue”); “The Light Pours Out of Me” esalta McGeoch, nei panni di un Manzanera in acido; mentre la conclusiva “Parade” fa scivolare un sax bluesy su irte muraglie di tastiere.
Se i temi centrali dell’album sono l’alienazione e la paranoia, esasperati da un tocco volutamente pomposo, agli ascoltatori più attenti non potrà sfuggire quell’ironia tipicamente british che, dai Kinks agli Xtc, ha sempre continuato a innervare il pop d’oltremanica.

Real Life è il ground zero del post-punk, ma anche un prezioso vademecum per aspiranti synth-popper. E’ il passaggio di testimone dai maestri dell’art(glam)-rock (Bowie, Eno, Roxy Music) a una nuove generazione di musicisti, vogliosi di svecchiare il rock usando il know-how più avanzato a disposizione.

Il bis di Secondhand Daylight (1979) trae giovamento dal drumming più fluido di John Doyle, subentrato a Jackson, e si affida ad arrangiamenti ancor più ambiziosi e sempre più distanti dal retaggio punk, al punto da lambire il Bowie di “Low” e perfino certe oscurità progressive di marca Van Der Graaf Generator. Regna un mood glaciale e impenetrabile. E il cambio in cabina di regia, con il nuovo produttore Colin Thurston al posto di John Leckie, si riflette in un suono più ponderoso e stratificato che esalta il virtuosismo di Formula. L’accento su tastiere e atmosfere è una scommessa coraggiosa per una band che ha appena fatto dei ritornelli pop-rock il suo puntello, ed è l’ulteriore conferma della vocazione avanguardistica di Devoto e compagni. I testi, al contrario, si fanno più semplici e diretti, pur senza rinunciare al loro spirito icastico.
L’ouverture di “Feed The Enemy” è una sinfonia paranoica sulla Guerra Fredda e va annoverata tra i capolavori assoluti del gruppo: l’intro strumentale evoca scenari siberiani, con strati glaciali di synth e le tastiere a reiterare un drone ostinato per circa un minuto e mezzo, poi il brano prende un’altra strada, sospinto da un bel riff di basso, per una sorta di mini-suite, che culmina con la reprise del motivo iniziale. Mai un gruppo punk aveva osato avvicinarsi così al progressive! Altro pezzo da novanta è “Cut-Out Shapes”: una frase distorta di chitarra è trafitta dai colpi d’organo e dalle percussioni sincopate, quindi esplode il refrain, sostenuto dal piano, con un Devoto insolitamente “controllato” al canto.
Ma il disco vive anche di episodi come “Rhythm Of Cruelty”, riuscito connubio tra il chitarrismo nervoso di McGeoch e le tastiere futuriste di Formula, lo strumentale “The Thin Air”, maestoso nel suo incrociare fasci di synth e barriti apocalittici di sax, e la conclusiva “Permafrost”, saggio di art-rock decadente declamato con piglio sguaiato alla Iggy Pop, che condensa l’estetica gelidamente nichilista dell’album in una strofa sola: “I will drug you and fuck you on the permafrost”.

In definitiva, Secondhand Daylight è un disco difficile e oscuro, che scontenta probabilmente sia i fanatici dei ritornelli orecchiabili sia gli oltranzisti dell’avantgarde, ma che può catturare tutti gli altri. Di sicuro, è la conferma del talento di un ensemble di caratura superiore.

Visagisti, sapone e Luxuria

Ma il coraggio, si sa, non paga sempre. Così Secondhand Daylight porta ai Magazine pochi soldi in cassa e più di una nube sul futuro. Il più dubbioso è il chitarrista John McGeoch, che, dopo aver inciso il nuovo singolo “Sweetheart Contract” (che sarà anche l’ultimo hit dei Magazine), abbandona la band per unirsi a Siouxsie & the Banshees, ai quali regalerà alcune performance memorabili. McGeoch ritroverà però Adamson e Formula nei Visage, il supergruppo nato da una sorta di gemellaggio tra Magazine e Ultravox. La line-up raccoglie la crema del synth-pop dell’epoca: Billy Currie e Midge Ure (rispettivamente violino/tastiere e futura voce/chitarra degli Ultravox), Steve Strange e Rusty Egan, già mattatori delle notti più cool dei club londinesi, più i succitati tre quarti dei Magazine.
Secondo la definizione di Strange, il termine “Visage” stava a indicare l’attitudine “visuale” del gruppo (“Vis”) e la nuova era (“Age”) della dance music. Il frutto prelibato di tanta grazia è una ballata di dance atmosferica in puro stile new romantic, dall’accattivante titolo di “Fade To Grey”. Praticamente una bomba, che farà collassare le chart raggiungendo il n.1 in 21 paesi. “Fade To Grey” sarà il singolo trascinante dell’album omonimo d’esordio dei Visage, cui seguiranno due prove più opache (“The Anvil”, “Beat Boy”), tra continui cambi di formazione.

Ma i Magazine sono ancora vivi, e sarà proprio un ex-Ultravox, Robin Simon, a imbracciare la chitarra nel terzo disco della band di Manchester, The Correct Use Of Soap (1980). Alla produzione stavolta è chiamato Martin Hammett, già al fianco dei Joy Division. A prevalere, però, non sono le tinte fosche, ma quelle più funk-punk che connotano ad esempio la cover di “Thank You (Fallettin Be Mice Elf Again)” di Sly & The Family Stone o l’iniziale “Because You’re Frightened”, quasi una “Do The Strand” dell’era post-punk, con il suo ritmo scoppiettante e il suo slogan quasi “generazionale”: “Look what fear’s done to body!”.
Le partiture dilatate dell’opera seconda lasciano nuovamente spazio ai ritornelli. E sale in cattedra la sezione ritmica del duo Doyle-Adamson, il cui enorme potenziale non era stato forse sfruttato appieno nelle prove precedenti. Anche Formula comunque riesce a piazzare un paio di colpi ad effetto, nelle sinuose “Sweetheart Contract” e “A Song From Under The Floorboards”, disegnando scenari di pura estasi sintetica non distanti da quelli dei “cugini” Japan. Episodi come “I Want To Burn Again” e “You Never Knew Me”, invece, raccolgono sapientemente la lezione dei Roxy Music, aggiornandola ai moderni canoni new romantic.

I Magazine hanno ormai gettato la maschera, confluendo, a buon diritto - visto che ne erano stati tra gli antesignani – nella impetuosa corrente synth-pop d’oltremanica, anche se forse, in questo realignment, hanno smarrito parte della loro lucida follia. Restano però una strana creatura, poco docile ai compromessi, alle pose e alle maschere glamourous che faranno la fortuna di tanti loro compagni di strada.
The Correct Use Of Soap ottiene comunque un buon successo, spingendo la band a partire per la seconda tournée statunitense, dalla cui appendice australiana sarà estratto Play (1980), un live registrato a Melbourne. Tutto gira al meglio, eppure siamo alle soglie della fine.

Nel 1981, subito dopo l’uscita dell’album Magic, Murder And The Weather, Howard Devoto annuncia il suo addio ai Magazine. Lo scioglimento ufficiale verrà certificato dai membri superstiti poco dopo. L’ultimo capitolo di una storia durata solo quattro intensi anni è preceduto da nuovi cambi in formazione (con Bob Mandelson alla chitarra al posto di Simon) e non alimenta certo i rimpianti. I mancuniani arrivano al traguardo col fiato corto, aggrappandosi al tocco magico di Formula, che però non può sempre fare i miracoli. Ne scaturisce una manciata di scipiti motivetti synth-pop (“About The Weather”, “So Lucky”, “Honeymoon Killers”), che può fare soprattutto la gioia dei detrattori del genere.

Howard Devoto proseguirà testardamente per la sua strada, tra lavori solisti e un paio di dischi a nome Luxuria, in compagnia di Noko, polistrumentista di Liverpool. Un progetto tanto lambiccato quanto pretenzioso: su Unanswerable Lust svetta il singolo “Rainy Season”, per il resto si spazia da Proust a Rimbaud, passando per deliri egocentrici (“I am the street where you live”), al ritmo di turgidi beat techno-dance, ma anche di tenui trame acustiche. Più a fuoco, semmai, Beast Box, in cui Noko mette in luce le sue qualità chitarristiche, lasciando il palcoscenico a Devoto in un paio di numeri dance (“The Beast Box Is Dreaming”, “Jezebel”) e in altrettante sparate megalomani (“Stupid Blood”, “We Keep On Getting There”). L’ex apostata del punk, però, ha perso la sua proverbiale ironia e anche la sua penna è ormai scarica.
Chiusa la sua schizoide vicenda musicale, Howard Devoto si rintanerà in un archivio fotografico, fino alla ricomparsa a sorpresa nel 2002, di nuovo assieme a Shelley, nei Shelleydevoto di Buzzkunst.

Barry Adamson diverrà uno dei leggendari Bad Seeds di Nick Cave, prima di intraprendere un’ambiziosa carriera solista.

McGeoch, dopo la gloriosa militanza nei Banshees, diverrà un pilastro dei Pil, confermandosi uno dei migliori chitarristi della sua generazione. Morirà nel sonno, a soli 48 anni, il 4 marzo 2004.

Pur breve e tormentata, la parabola dei Magazine ha segnato una delle esperienze cardinali del post-punk; la sua influenza si allungherà su tutto il decennio successivo, ma non solo: anche una delle formazioni simbolo degli anni 90, i Radiohead, ammetterà il suo debito con Devoto e compagni, suonando la cover di “Shot By Both Sides” nei concerti e facendone balenare perfino l’hook chitarristico sulla loro “Just” (1995).
Non mancheranno anche cover-omaggio da parte di altri allievi illustri, come Morrissey (“A Song From Under The Floorboards”), Peter Murphy e Ministry (“The Light Pours Out Of Me”).
Tra le antologie della loro produzione, da segnalare soprattutto il box triplo Maybe It’s Right To Be Nervous Now del 2000.

In epoca di debordante riflusso wave, in cui cloni e oggetti non meglio identificati sgomitano alla ricerca del fatidico quarto d’ora di celebrità, ricordare la formula sintetica dei quattro mancuniani è praticamente un atto dovuto.

Autore modifica: MarcellusWollas (data: Nov 17 2009, 5:32)

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