Biografia

I Jaga Jazzist sono una “big band jazz” composta da dieci individui provenienti da Tonsberg, una piccola cittadina dalle parti di Oslo, in Norvegia.

La storia discografica dei Jaga Jazzist inizia ufficialmente nel 1998 con “Magazine” (1998), EP all’epoca rilasciato per il solo mercato norvegese e supervisionato dall’estro di Helge Sten, aka Deathprod (l’uomo dietro al suono dei Motorpsycho nonché membro dei Supersilent). L’apporto di Sten nasconde, almeno inizialmente, le velleità electro che verranno occultate a favore di un suono più jazz-rock.

Il 2001 è l’anno del debutto adulto. “A Livingroom Hush” irrompe sul mercato ed è subito un successo: 1800 nella sola Norvegia ne fanno il “caso indie” più prorompente dai tempi dei Motorpsycho. Tutti pazzi per la combine tra elettronica e jazz messo in piedi dal combo nordico. Bastano i primi istanti di ”Animal Chin” e già si percepisce che i nostri fanno sul serio. L’amore per l’elettronica cresce e si espande in tutto il disco, anche se essa rimane una delle parti del suono e non “il suono” stesso: le fumose trame da jazz club di terz’ordine prevalgono in ”Low Battery” e ”Airborne”, mentre il sabor latino di ”Made For Radio” e ”Lithuania” richiama i climi suadenti dei Tortoise più ispirati.

La tournee che sussegue il disco fa sì che i Jaga Jazzist rientrino nelle grazie della Ninja Tune, che ristampa nel novembre 2002 il disco di esordio proprio quando, due mesi dopo, lo stesso viene eletto dal sito della BBC album jazz dell’anno. Trascorrono pochi mesi e i nostri sono di nuovo in pista: “The Stix” (2002), registrato negli studi di Jørgen Træen (gli stessi di Kings Of Convenience e Röyksopp), si concede in maniera definitiva all’estetica, suonando come un ipotetico incontro/scontro tra i Tortoise di “TNT” (cioè quelli più jazz-fusion) e l’Aphex Twin della seconda parte dei ’90: mentre ”Day” palesa tutta la stima verso Richard D. James, ”Reminders” e ”Suomi Finland” abbracciano in toto modi e toni della banda di John McEntire & Co. Se il mood dei precedenti lavori era più una questione di “elettronica messa al servizio del jazz” ora il processo si inverte notevolmente, creando ibridi spesso affascinanti (”Kitty Wú”), pervasi da imprendibili ritmiche rasentanti gli Autechre (”Doppelganger”). Anche “The Stix” si guadagna il rispetto della natìa Norvegia, arrivando al terzo posto nelle charts locali e alimentando, anche oltre i confini nordici, un seguito sempre più imponente.

Nel 2005 la band è andata decisamente contro ogni previsione, pubblicando un disco che ha sbalordito i molti fan del collettivo norvegese. Prima di tutto la decisione di ridursi la ragione sociale al solo Jaga, scelta più che mai dovuta visto che di jazz in “What We Must” se ne ascolta poco se non nulla: rimane la sezione fiati, l’imponente collisione pirotecnica tra strumenti, ma il loro compito è assolto dall’incarico jazzistico per dissolversi in trame ultra-epiche come l’iniziale ”All I Know Is Tonight”, uno shock immaginario dalle sonorità prog-rock. Il secondo appunto, non di poco conto, è la totale, o quasi, abiura del mezzo elettronico, scelta coraggiosa ma perfettamente in linea col nuovo corso: tracce come ”Oslo Skyline” (che nel finale ricorda gli altri norvegesi d.o.c. Motorpsycho), la bifronte ”Swedenborgske Rom” (che parte estatica per poi dileguarsi in una coda, con tanto di cori femminili al seguito), le melodie spumeggianti di ”Hotel” e ”Mikado”, dopo un comprensivo imbarazzo iniziale, funzionano perfettamente proprio perché a suonare non sono più i Jaga Jazzist bensì i Jaga.

Autore modifica: Claska (data: Gen 26 2007, 19:02)

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