Biografia

Holst nacque nel 1874 a Cheltenham, nel Gloucestershire. La sua famiglia, di origine svedese, era giunta in Inghilterra dopo aver soggiornato in Russia, dove un suo antenato aveva avuto incarichi di compositore di corte, e in Germania.

Suo padre era un pianista e insegnante di musica (sua madre era una delle sue allieve) e lavorava come organista presso la Chiesa di Ognissanti a Pittville; non fu Michaelmai un padre presente, ma avvicinò il figlio alla musica assai presto. Holst perse la madre a otto anni e suo padre si risposò con un’altra allieva. L’ambiente culturale della casa era vivace; si leggevano Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle, si apprezzava l’arte, la pittura e la musica di Wagner, Čajkovskij e Puccini.

Di salute assai cagionevole e asmatico, Holst fu educato alla musica sin dalla più tenera età; detestava il violino ma suonava con piacere il pianoforte, cui dovette però rinunciare in seguito, a causa dell’aggravarsi di un disturbo neurologico alle mani (soprattutto la destra), che gli impediva l’esercizio prolungato. Si adattò a suonare il trombone negli anni successivi.

A sedici anni compose un’operetta in due atti che convinse il padre a compiere uno sforzo economico e mandarlo a studiare presso il Royal College of Music di Londra, che era stato fondato proprio in quegli anni. Studiò con l’importante compositore irlandese Charles V. Stanford e strinse una solida amicizia con un compagno di studi, Ralph Vaughan Williams, anche lui destinato ad un’importante carriera di compositore. In questo periodo, si professava wagneriano convinto (fu molto colpito dall’ascolto di alcuni capolavori wagneriani) e fu impressionato dall’ascolto della Messa in Si minore di Bach.

Accorgendosi di non riuscire in nessun modo a sostenere il necessario esercizio tecnico per perfezionarsi al pianoforte a causa dei crampi, si dedicò al trombone, che aveva due vantaggi: gli consentì sia di lavorare come orchestrale (esperienza che in seguito giudicò importante per la composizione) e sia di rinforzare le sue capacità respiratorie, indebolite dall’asma.

Sotto la guida di Stanford, nel 1895 compose un’opera, The Revoke, che inaugurò il suo catalogo come op.1. In questo periodo si avvicinò alla poesia di Walt Whitman e alle dottrine socialiste; seguì le conferenze di George Bernard Shaw e di William Morris, con cui condivideva la scelta del vegetarianesimo. La sua salute, già cagionevole, risentì ulteriormente della sottonutrizione determinata dalla difficoltà pratica nel seguire, all’epoca, una tale filosofia alimentare. Patì anche di un sensibile calo della vista e di problemi digestivi, che l’avrebbero accompagnato per tutta la vita.

L’arco di tempo compreso tra il 1895 e il 1914 viene definito Sanskrit Period in quanto Gustav Holst manifestò forte interesse verso l’Oriente e in particolare verso l’India, la produzione letteraria in sanscrito e il misticismo indiano. Secondo Imogen Holst (figlia del compositore e sua principale biografa), il musicista iniziò a interessarsi alle traduzioni delle opere sanscrite a partire dal 1899, attratto dal misticismo del Ṛgveda, dal fascino del poema epico Rāmāyaṇa e dalla filosofia della Bhagavadgītā. In un primo momento, sempre seguendo la narrazione di Imogen, egli iniziò a raccogliere e collazionare tutte le traduzioni che riusciva a trovare, cambiando qualche parola o semplificando le frasi secondo la sua sensibilità, ma il sistema non gli pareva soddisfacente. Si colloca a questo punto della narrazione l’aneddoto – spesso riferito dai biografi successivi – secondo cui Holst, approdato nella sala di lettura delle Oriental Languages del British Museum, chiese di consultare una cospicua serie di testi ma, quando gli portarono la pila di volumi, realizzò che erano scritti in lingua sanscrita e quindi erano per lui inintelligibili. Dopo un iniziale momento di smarrimento egli avrebbe pensato di dedicarsi allo studio della lingua sanscrita e, pur avendo poca facilità nell’apprendere le lingue straniere, si sarebbe iscritto alla School of Oriental Languages, frequentando le lezioni di Miss Mabel Bode (di cui fu il primo allievo) e stringendo ben presto amicizia con lei. L’ipotesi che appare più verosimile è che – come suggerito anche dalla figlia – Holst abbia lavorato soprattutto sulle traduzioni, apportando ad esse le varianti stilistiche che gli parevano più utili.

Nel 1897 lasciò a malincuore il Royal College perché per potersi mantenere aveva accettato un posto da trombonista nella Carl Rosa Opera Company. In seguito dichiarò che tale esperienza fu importante per la sua comprensione pratica dei meccanismi orchestrali e gli fu utile nella composizione. Nel 1899 iniziò un’opera, Sita, in tre atti, basata sul poema epico indiano Rāmāyaṇa. La completò nel 1906. Nel 1900, scrisse la Cotswold Symphony, elegia scritta in memoria di William Morris, e completò il suo primo lavoro dato alle stampe, l’Ave Maria.

Nel 1901 sposò Isobel Harrison, un soprano che aveva conosciuto alcuni anni prima nei circoli socialisti, e decise di dedicarsi completamente alla composizione. Nel 1903 scrisse Indra, un poema sinfonico basato sulla figura dell’omonimo dio hindu. Fu un periodo duro, gli editori rifiutavano sistematicamente le brevi composizioni che Holst proponeva loro e le ristrettezze in cui versava alla fine lo convinsero a dedicarsi all’insegnamento. Nel 1905 assunse l’incarico di Direttore Musicale nella scuola femminile St.Paul’s Girls’ School di Hammersmith, Londra. Poco dopo, compose The Mystic Trumpeter, un pezzo per soprano e orchestra basato su testo di Walt Whitman, dalle forti influenze wagneriane. Musicò anche liriche di Thomas Hardy e Robert Bridges.

Nel 1906 la sua opera appena finita, la già menzionata Sita, fu sconfitta nel concorso di composizione indetto dall’editore Ricordi. Tale battuta d’arresto amareggiò molto Holst poiché è probabile che la sconfitta fosse da attribuirsi al suo vecchio professore di composizione, Stanford. Holst dovette trascorrere un periodo di riposo, per risollevarsi dallo stato di depressione in cui era caduto, e Viaggiò in Algeria, visitando tra l’altro una zona del deserto del Sahara in bicicletta e venendo a contatto con popolazioni locali. Fece rivivere le sensazioni e i colori dei luoghi visitati nella suite orchestrale Beni Mora, composta al suo ritorno, che ricevette considerazione dalla critica solo negli anni successivi, dopo che Holst aveva già raggiunto la fama.

Nel 1907 compose la Somerset Rhapsody e iniziò una nuova opera d’ispirazione indiana, Savitri, che completò l’anno dopo, iniziando nel contempo a comporre la prima serie dei summenzionati Choral Hymns from Rig-Veda, per voce e pianoforte, basati su passi del Rig Veda tradotti dal compositore stesso. Accettò inoltre il posto di direttore musicale in un’altra scuola, il Morley College, tenendo l’incarico (assieme a quello della St.Paul’s) per tutta la vita.

Nel 1912 dovette affrontare il parziale insuccesso della prima esecuzione dell’opera corale The Cloud Messenger, alla cui composizione si era dedicato negli anni precedenti. Per ritemprare le forze e il morale, già provato, partì alla volta della Spagna in compagnia dei musicisti Balfour Gardiner (padre del direttore John Eliot Gardiner) e Arnold Bax e il librettista e studioso di astrologia Clifford Bax, in un viaggio finanziato con i fondi di una donazione anonima. Nonostante la sua timidezza, Holst era affascinato dalla gente e dalla società e aveva sempre pensato che il miglior modo per conoscere bene una città era perdersi al suo interno. A Girona, in Catalogna, spariva spesso, e soltanto diverse ore dopo i suoi amici lo ritrovavano a intrattere discussioni astratte con i musicisti locali. Fu proprio in Spagna che Clifford Bax avvicinò Holst all’astrologia, un hobby che in seguito avrebbe ispirato la famosa suite The Planets.

Nel 1913 la sua scuola inaugurò una nuova ala destinata alla musica e Holst scrisse per l’occasione un’opera orchestrale di successo, che viene eseguita ancora oggi: la St.Paul’s Suite. A causa della sua attività didattica, in questi anni era venuto in contatto con il movimento di riscoperta (che in quel periodo coinvolgeva molti compositori inglesi, tra cui l’amico Vaughan Williams) di molta musica popolare inglese medievale, dei madrigalisti del primo ‘600 William Byrd e Thomas Weelkes e di Purcell. Lo studio di tale materiale e della musica del folklore inglese lo influenzò sensibilmente in tutte le composizioni successive.

Altre forti influenze di questo periodo furono Igor Stravinskij (era ancora vivo lo scandalo causato dalla prima de Le Sacre du Printemps, nel 1913) e Arnold Schoenberg, di cui Holst poté sentire, nel 1914, i 5 pezzi per orchestra, modernissima opera espressionista. Nonostante in passato avesse commentato satiricamente gli aspetti più stravaganti della cosiddetta musica moderna, Stravinskij e Schoenberg influenzarono la sua produzione successiva.

La suite The Planets (I pianeti) fu e rimane ancora oggi l’opera più amata e ammirata di Holst. Fu concepita a partire dal 1914 sulla scia del grande interesse per l’astrologia e la teosofia che Holst aveva sviluppato a partire dal viaggio in Spagna e dalla conoscenza con C.Bax, e delle letture (soprattutto dell’opera dell’astrologo Alan Leo). Holst e la moglie risiedevano spesso nella casa di campagna di Thaxted, nell’Essex, immersi in un ambiente ricco di suggestioni del passato, a cominciare dall’architettura medievale e dal paesaggio.

È una serie di bozzetti musicali ispirati da ‘umori’ legati ai pianeti, piuttosto che qualcosa di concretamente collegato all’astrologia. Holst aveva comunque certamente tratto ispirazione dal libro The Art of Synthesis di Alan Leo, che è diviso in capitoli ognuno dei quali è dedicato ad un pianeta e ne descrive le caratteristiche della personalità e i valori ad esso associati, così che per esempio, nel libro di Leo

* Marte - Indipendente, ambizioso, caparbio
* Venere - Amore che rinasce, emotività
* Mercurio - Il messaggero alato degli dei, pieno di risorse, eclettico
* Giove - Portatore d’abbonanza e perseveranza.

Holst fu inoltre influenzato da un astrologo del XIX secolo chiamato Raphael, il cui libro verte sul ruolo che giocano i pianeti nei destini del mondo. L’opera venne completata in due fasi: dapprima Marte, venere e Giove, quindi Saturno, Urano, Nettuno e Mercurio dopo una pausa dedicata ad altre composizioni. L’ultima nota fu scritta nel 1916. L’influenza di Stravinskij fu colta da un critico, che definì la suite “la Sagra della Primavera inglese”. È possibile scorgervi anche influenze di Debussy e Richard Strauss, oltre che dell’amico Vaughan Williams.

Nella sua versione finale, è una suite di sette brani orchestrali, dal titolo:

1. Mars, The Bringer Of War
2. Venus, The Bringer Of Peace
3. Mercury, The Winged Messenger
4. Jupiter, The Bringer Of Jollity
5. Saturn, The Bringer Of Old Age
6. Uranus, The Magician
7. Neptune, The Mystic

* Il primo dei sette brani della suite è Mars, The Bringer of War (Marte, il portatore di guerra), ispirato al carattere battagliero e implacabile del dio della mitologia greca e romana che dà il nome al pianeta. È un brano imponente e impressionante, dall’opprimente ritmo di 5/4 (che nel finale cambia in 5/2 e in 3/4) e dalle forti dissonanze; fu definito “il più feroce pezzo di musica di tutti i tempi” ed evoca una scena di battaglia di immense proporzioni. È il brano più famoso, citato e imitato di Holst. Ha certamente influenzato un certo stile compositivo di colonne sonore del cinema, specie di film d’ambientazione fantascientifica. Holst diresse l’esecuzione di questo movimento poco più veloce di una marcia, dandogli un carattere meccanico ed inumano. Può sorprendere che sia stato scritto subito prima (e non dopo) gli orrori della prima guerra mondiale.

* Il secondo brano è Venus, The Bringer of Peace (Venere, Il portatore di pace), brano pacato, sereno e dolcemente evocativo, ispirato alla figura dell’antica dea e dall’apparenza di luminosa placidità del pianeta (Venere è il pianeta più luminoso del cielo).

* Mercury, The Winged Messenger (Mercurio, il messaggero alato) è uno scherzo veloce, leggero, scintillante nell’orchestrazione e nell’uso di armonie esotiche. Probabilmente l’idea di velocità fu ispirata anche dal fatto che il pianeta Mercurio ruota molto velocemente intorno al sole (88 giorni).

* Jupiter, The Bringer Of Jollity (Giove, il portatore di gioia), brano di larga popolarità, alterna momenti di grande allegria e scoppiettante giovialità a momenti (nella sezione centrale) di epica, cantabile solennità. L’inciso centrale fu infatti rielaborato successivamente da Holst in un inno («I Vow to Thee, My Country»), molto popolare in Inghilterra ed usato spesso in occasioni solenni. Il pianeta Giove è il più grande del sistema solare.

* Il brano dedicato a Saturno, Saturn, The Bringer Of Old Age (Saturno, il portatore della vecchiaia), che inizia con una regolare e lugubre scansione ritmica, come il ticchettio di un orologio, che accompagna poi l’intero brano, rappresenta l’ineluttabilità del cammino delle vita e rivela sia la dignità sia la fragilità della vecchiaia. È il brano più originale della serie e Holst predilesse lo tra tutti.

* Uranus, The Magician (Urano, il mago è un brano dall’incedere frenetico e grottesco, caratterizzato da una crescente vitalità che sfocia in un pianissimo finale, chiaramente un omaggio ad un altro celebre scherzo sinfonico, ‘L’Apprendista Stregone di Paul Dukas.

* Neptune, The Mystic (Nettuno, il mistico), che rappresenta il remoto e misterioso (all’epoca) pianeta Nettuno, è un brano misterioso ed evocativo di remoti mondi alieni, privo di tema ben definito, un’eterea alternanza di due accordi miniori a distanza di una terza minore, che nella parte finale viene arricchito da un coro femminile dietro le quinte.

Si noti che all’epoca della composizione di The Planets, il pianeta Plutone non era ancora stato scoperto.

Appena scoppiò la Prima guerra mondiale Holst tentò di arrularsi ma fu rifiutato a causa degli annosi problemi alla vista, alla respirazione e allo stomaco. Spinto dal patriottismo e dai sentimenti antitedeschi allora diffusi, rimosse la particella nobiliare d’origine tedesca von dal suo cognome (che era propriamente von Holst), definendo ufficialmente questo cambiamento in un documento legale del 1918. La sua musica veniva considerata dal pubblico come inglese e patriottica e conobbe una buona diffusione, anche grazie alla contemporanea avversione per la musica tedesca imperante in quel difficile periodo. Verso la fine della guerra, l’associazione pacifista YMCA (Young Men’s Christian Association) gli propose un ruolo di responsabile organizzativo di un suo nuovo programma educativo musicale, che aveva come scopo il sostegno del morale delle truppe nei remoti fronti orientali. Si trasferì quindi a Salonicco (ora in Grecia) e dopo a Costantinopoli, trascorrendo un periodo non facile a causa delle rudi condizioni di vita militare. Poco prima della partenza, aveva assistito all’esecuzione privata di The Planets, diretta da Gardiner.

Poco dopo il suo ritorno, alla fine della guerra, Holst fece eseguire pubblicamente The Planets, nel 1919 in versione parziale (senza Venus e Neptune) e il 15 novembre 1920 in versione completa. Il successo fu senza precedenti e diede fama mondiale a Holst. Compose quindi Ode to Death (Ode alla Morte) per coro e orchestra, basata su un poema di Walt Whitman e nel 1920 fece eseguire anche The Hymn of Jesus (basato sui Vangeli Apocrifi e composto nel 1917), ugualmente un grande successo. Nel 1922 pubblicò l’opera The Perfect Fool, che fu eseguita mentre egli era negli Stati Uniti, dove era stato chiamato a dirigere un festival musicale. L’opera fu un insuccesso, probabilmente a causa dell’enigmaticità della storia. Durante il viaggio, compose il Fugal Concerto per flauto, oboe e archi.

Nonostante perdurasse il grande successo di The Planet, al suo ritorno in Inghilterra Holst affrontò un periodo di cattiva salute, con frequenti crolli nervosi, dovuti anche al superlavoro cui si sottoponeva (insegnamento, conferenze, direzioni d’orchestra, composizione) e alle conseguenze di una caduta, occorsagli durante una prova con l’orchestra, durante la quale era scivolato dal podio e aveva battuto violentemente la testa per terra.

Si ritirò nella sua casa di campagna di Thaxted, dove passò un anno nel tentativo di risollevare le proprie condizioni psico-fisiche. In questo periodo, lavorò alla Choral Symphony e ad una nuova opera dal titolo At the Boar’s Head. Quest’ultima, rappresentata nel 1925, fu un totale insuccesso a causa della sua audacia e complessità, che sconcertava gli spettatori. Stessa accoglienza disastrosa ebbe la Choral Symphony, fatta a pezzi dalla critica e apprezzata poco (cosa che colpì molto Holst) anche dall’amico Vaughan Williams. Il periodo successivo fu caratterizzato da poche composizioni, tranne il balletto leggero The Golden Goose e il più impegnativo The Morning of the Year.

Grande camminatore e appassionato viaggiatore, visitò a fondo molti paesi esteri. Odiava le conseguenze della notorietà; spesso rifiutò di rispondere alle domande della stampa e quando qualcuno gli chiedeva un autografo, porgeva bigliettini preparati in anticipo che recavano la scritta “io non dò autografi”. Sebbene non gradisse la notorietà pubblica, fu contento di disporre ormai di abbastanza danaro per poter vivere senza ristrettezze economiche e obblighi.

Nei tardi anni venti, aveva cominciato a sfruttare i vantaggi della nuova tecnologia e diffuse le sue opere attraverso registrazioni e trasmissioni radiofoniche della BBC. Nel 1927 ricevette dalla Cattedrale di Canterbury l’incarico di scrivere la musica per una produzione drammatica dal titolo The Coming of Christ, e dalla New York Symphony Orchestra la richiesta di una sinfonia. Quest’ultima diventò Egdon Healt, poema sinfonico ispirato all’opera e alla figura del poeta Thomas Weekles, ambientata nell’omonima località (fittizia) del Wessex (antico nome delle località meridionali dell’Inghilterra). Fu eseguito poco dopo la morte di Hardy. Ebbe scarso successo, ma Holst la considerò come la sua migliore creazione, il suo capolavoro, e recentemente è stata rivalutata, anche in virtù di varie incisioni discografiche.

Nel 1928 scrisse The Moorside Suite, per banda d’ottoni. Nel 1929, al ritorno di un lungo viaggio in Italia, si recò di nuovo negli Stati Uniti come ospite d’onore (in rappresentanza dell’arte inglese) al ventunesimo anniversario della fondazione dell’American Academy of Arts and Sciences. Tenne inoltre una conferenza a Yale sull’insegnamento dell’arte. Tornato in patria, musicò The Dream City, la prima di dodici liriche del poeta inglese Humbert Wolfe, che fu cantata dal soprano Doroty Silk presso la Wigmore Hall. Nel 1930, il suo Double Concerto for Two Violins, lavoro d’ispirazione contrappuntistica e politonale, suscitò pareri contrastanti tra la critica, divisa tra chi ne rilevava l’eccessivo intellettualismo e chi ne apprezzava molti passaggi di rara bellezza. Per questa composizione, vinse la Medaglia d’oro della Royal Philharmonic Society. Sempre nel 1930, Holst scrisse la sua tredicesima e ultima opera, The Tale of The Wandering Scholar e, su commissione della BBC, un pezzo per banda militare, Hammersmith, un omaggio al luogo in cui aveva passato la maggior parte della sua vita, una descrizione musicale del borgo, che comincia con la rappresentazione sonora dello scorrere lento del fiume Tamigi. Nel 1931 la Choral Fantasia ottenne una clamorosa stroncatura dalla stampa, ma fu apprezzata da Vaughan Williams.

Durante una serie di conferenze negli Stati Uniti (presso l’università di Harvard e la Biblioteca del Congresso a Washington), nel 1932, dovette essere ricoverato per un’ulcera duodenale emorragica. Tornato in Inghilterra, passò un lungo periodo di convalescenza. L’anno dopo, scrisse il Lyric Movement for Viola and Orchestra e la Brook Green Suite (che trae il nome dalla zona in cui sorge la St.Paul’ School). Alla fine del 1933, dovette scegliere se affrontare un’operazione chirurgica d’entità minore ma non risolutiva, oppure un’operazione più impegnativa ma che lo avrebbe liberato definitivamente dai problemi allo stomaco. Scelse quest’ultima, che ebbe successo, ma il suo fisico già provato e il suo cuore non ressero allo sforzo. Morì due giorni dopo l’operazione, il 25 maggio 1934, in un ospedale di Londra.

Le sue ceneri furono sepolte nella cattedrale di Chichester, nel Sussex, poco lontano da un monumento in memoria dell’amato compositore Thomas Weelkes, organista in quella cattedrale tre secoli prima.

Lasciò un’unica figlia, la compositrice e direttore d’orchestra Imogen Holst (1907-1984). La sua casa natale è oggi un museo sia sulla sua figura di compositore sia sulla vita quotidiana della fine del XIX secolo

Note

1. ^ Il nome originariamente era Gustav Theodor von Holst; il von fu rimosso durante la prima guerra mondiale

OPERE SCELTE

* The Mystic Trumpeter (1904)
* Two Songs Without Words Op.22 (1906)
1. Country Song
2. Marching Song
* A Somerset Rhapsody (1907)
* Savitri, opera(1908)
* First Suite for Military Band in E flat (1909), un’opera capitale per lo sviluppo della banda come organico autonomo. Si compone di tre movimenti:
1. Chaconne
2. Intermezzo
3. March
* Beni Mora (Oriental Suite) Op.29 No.1 (1909 – 1910)
1. First Dance
2. Second Dance
3. Finale
* Two Eastern Pictures (1911)
* Second Suite for Military Band in F (1911)
1. March: Morris Dance, Swansea Town, Claudy Banks
2. Song Without Words “I Love my Love”
3. Song of the Blacksmith
4. Fantasia on the “Dargason”
* Psalm 86 H.117 No.2 (Salmo 86), (1912)
* Choral Hymns from the Rig Veda (1908 – 1912)
1. First Group (for women’s chorus and orchestra) (H.96)
1. Battle Hymn
2. To the Unknown God
2. Second Group (for chorus and orchestra) (H.98)
1. To Varuna (God of the Waters)
2. To Agni (God of Fire)
3. Funeral Chant
3. Third Group (for women’s chorus and harp) (H.99)
1. Hymn to the Dawn
2. Hymn to the Waters
3. Hymn to Vena (Sun rising through the mist)
4. Hymn of the Travelers
4. Fourth Group (for men’s chorus and orchestra (H.100)
1. Hymn to Sama (the juice of an herb)
2. Hymn to Manas (the spirit of a dying man)
* Two Eastern Pictures (per voci femminili ed arpa) (H.112)
1. Spring
2. Summer
* St Paul’s Suite Op.29 No.2 (il Finale è un altro arrangiamento del quarto movimento della Second Suite) (1913)
1. Jig
2. Ostinato
3. Intermezzo
4. Finale (The Dargason)
* Hymn to Dionysus Op.31 No.2(H.116) (1913)
* The Planets Op. 32 (1916)
1. Mars, the Bringer of War
2. Venus, the Bringer of Peace
3. Mercury, the Winged Messenger
4. Jupiter, the Bringer of Jollity (tema principale dell’inno I Vow to Thee, My Country)
5. Saturn, the Bringer of Old Age
6. Uranus, the Magician
7. Neptune, the Mystic
* The Hymn of Jesus (1917)
* Ode to Death 1919
* Short Festival Te Deum (H.145) (1919)
* The Perfect Fool Op.39, balletto (1918–1922)
* Fugal Concerto for Flute, Oboe & String Orchestra (1923)
* At the Boar’s Head (1924)
* Egdon Heath, (1927)
* A Moorside Suite (1928)
1. Scherzo
2. Nocturne
3. March
* Double Concerto Op.49 (1929)
1. Scherzo/Allegro
2. Lament/Andante
3. Variations on a Ground
* The Wandering Scholar, opera, (1929 – 1930)
* Hammersmith: Prelude and Scherzo (1930)
* Lyric Movement (1933)
* Brook Green Suite (H.190) (1933)
1. Prelude
2. Air
3. Dance

BIBLIOGRAFIA

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* Jon C. Mitchell. A Comprehensive Biography of Composer Gustav Holst, with Correspondence and Diary Excerpts: Including his American Years. Lewiston, Edwin Mellen Press, 2001. ISBN 0773475222
* Edmund Duncan Rubbra. Gustav Holst. Monaco, Lyrebird Press, 1947. OCLC 871323
* Michael Short. Gustav Holst: the Man and His Music. Oxford, Oxford University Press, 1990. ISBN 019314154X

Autore modifica: justanotherider (data: Mag 28 2008, 17:34)

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