Biografia

« Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fans dei Beatles siano cresciuti e si siano sposati e abbiano avuto dei bambini e siano tutti più responsabili, ma abbiano ancora uno spazio nei loro cuori per noi. »

George Harold Harrison, MBE (Liverpool, 25 febbraio 1943 – Los Angeles, 29 novembre 2001) è stato un chitarrista, cantautore e compositore britannico. Dal 1962 al 1970 è stato il chitarrista solista e cantante (spesso d’accompagnamento e, più raramente, solista) del complesso musicale dei Beatles, per i quali ha anche composto ventidue canzoni.

Dopo lo scioglimento del gruppo (il cui ultimo atto coincise, nel gennaio 1970, con la seduta di studio della canzone scritta da Harrison I Me Mine) ha intrapreso una carriera individuale, sia come musicista che come produttore musicale e cinematografico.

Dal 15 marzo 2004 il suo nome figura nella Rock and Roll Hall of Fame.

Biografia

George Harrison ha sempre sostenuto di essere nato un giorno prima della data di nascita che gli è sempre stata attribuita, e cioè il 24 febbraio. In realtà, questa affermazione è stata in un certo senso sconfessata dalla sorella Louise, secondo la quale la loro madre scrisse sul proprio diario che George venne alla luce dieci minuti dopo la mezzanotte del 25 febbraio.
Cresciuto in una famiglia operaia (il padre era un autista di autobus), George era il più piccolo e timido di quattro figli. Molto presto la madre si accorse della sua passione per le chitarre (le disegnava sui quaderni scolastici)[1] ed acconsentì a comprargliene una di seconda mano al porto di Liverpool. Era una Gretsch modello “Duo Jet” da cui George non si sarebbe mai più separato e che, molti anni dopo, avrebbe mostrato orgogliosamente sulla copertina dell’album Cloud Nine (1987).

George imparò a suonare quando era adolescente, nel periodo dello skiffle, vale a dire nella seconda metà degli anni cinquanta. Nel 1956 fondò assieme al fratello maggiore e ad alcuni amici il gruppo dilettantistico dei Rebels. Poco dopo, nel 1958, il compagno di scuola Paul McCartney, notato il suo talento, lo presentò a John Lennon, che aveva fondato il gruppo dei Quarrymen. Vista la giovane età (appena quindici anni) Lennon, che era il leader del gruppo, non lo accettò subito ma ritenne la sua bravura indispensabile per la crescita musicale del complesso. George iniziò quindi a seguire i Quarrymen, suonando sporadicamente la chitarra quando era assente il chitarrista ufficiale, fino a diventarlo a tutti gli effetti nel 1959, poco prima che il gruppo cambiasse il nome in Beatles.

Al primo ingaggio ufficiale dei Beatles nel 1960 ad Amburgo risale l’episodio legato al suo rimpatrio forzato in Inghilterra. A seguito di una segnalazione – fatta molto probabilmente per ritorsione dal primo impresario abbandonato dal gruppo per un contratto più favorevole – la polizia tedesca scoprì infatti che Harrison era ancora minorenne e non aveva il permesso di lavoro[2].

Il ruolo nei Beatles

All’interno del gruppo Harrison ricoprì un ruolo non certamente marginale, come accompagnatore ai più prolifici e quotati colleghi Lennon & McCartney. Per i primi anni le sue prove compositive non furono frequenti, tuttavia la sua voglia di smuovere i ritmi poveri dello skiffle e di dare alla chitarra un ruolo più predominante nei fraseggi del rock furono fondamentali per l’evoluzione musicale del complesso.

La prima composizione firmata da Harrison come compositore individuale fu Don’t Bother Me, inclusa nell’album With the Beatles (1963), poiché la strumentale Cry for a Shadow, risalente ai tempi di Amburgo, era co-firmata insieme a Lennon. George prese quindi coraggio e continuò a scrivere: altre sue canzoni da ricordare sono I Need You, If I Needed Someone (entrambe del 1965), Taxman e I Want to Tell You (1966), segni evidenti della sua crescita musicale e della graduale emersione del suo talento. Tra l’altro, nel 1964, sul set del film A Hard Day’s Night, George conobbe la modella Pattie Boyd: i due si sposarono all’inizio del 1966.

A partire dal 1965 Harrison iniziò a cercare una propria identità musicale al di fuori del contesto dei Beatles. Conobbe il maestro indiano Ravi Shankar, con il quale iniziò a studiare ed a suonare il sitar. Il suo interesse per l’Oriente lo portò quindi ad abbracciare, più dei compagni, musica e religione indiana. Successivamente, tracce evidenti di questo suo interesse sarebbero affiorate in molte canzoni, sia con i Beatles sia come solista. Harrison fu tra i primi ad innestare strumenti orientali nel rock, e durante la permanenza con i Fab Four, suonò il sitar nelle canzoni Norwegian Wood (This Bird Has Flown) (1965), Love You To (1966), Within You Without You (1967) e The Inner Light (1968), le cui basi musicali vennero incise interamente a Bombay da musicisti del luogo. I frequenti soggiorni in India comportarono per lui diversi viaggi, nei quali presto non fu più seguito dagli altri tre Beatles.

Nel secondo periodo di attività dei Beatles Harrison assunse un ruolo di primo piano, sia come chitarrista, affinando uno stile di chitarra inconfondibile, sia come autore originale ed intenso di alcune splendide canzoni come While My Guitar Gently Weeps (1968), Here Comes the Sun e Something (entrambe del 1969), quest’ultima suo personale capolavoro, la seconda delle canzoni dei Beatles più incise da altri cantanti[3]. Divenne inoltre un importante riferimento per molti chitarristi dell’epoca. Il suo talento non tardò a farsi sentire, benché fosse fortemente limitato da Lennon e McCartney che verso di lui mostrarono sempre l’atteggiamento di chi è più grande. Il carattere schivo ed introverso non gli consentì di ottenere il giusto spazio all’interno del gruppo. Questa situazione fu per lui motivo di frustrazione ma anche stimolo competitivo.

Considerato da sempre, alcune volte a torto, “il terzo” dei Beatles, in qualità di autore e produttore Harrison fu in realtà molto più attivo di quanto si creda. Alla fine degli anni Sessanta furono infatti numerose le sue produzioni per la Apple a favore di artisti come i Badfinger, Billy Preston, Jackie Lomax e Radha Krishna Temple. Desideroso di intraprendere progetti individuali e sempre incline alla sperimentazione musicale, in quel periodo Harrison si cimentò inoltre per l’etichetta sperimentale Zapple, in musica d’avanguardia per film con Wonderwall Music (1968), colonna sonora di sapore orientale, e con Electronic Sound (1969), un esperimento non troppo riuscito di musica elettronica.

L’esordio come solista

Quando i Beatles si sciolsero, Harrison aveva solo ventisette anni. Aveva comunque trovato la sua identità musicale ed era pronto per iniziare la carriera solista. Il vero e proprio esordio avvenne con All Things Must Pass (1970), un album ambizioso e di grossa mole in cui poté mettere pienamente in luce la maturità artistica raggiunta. Il disco è triplo, co-prodotto con Phil Spector e registrato con Eric Clapton e Dave Mason, ed è unanimemente considerato il suo capolavoro. Quando uscì sorprese notevolmente la critica, che aveva sottovalutato per lungo tempo il talento del chitarrista ed ottenne un notevole successo di pubblico, arrivando a vendere la sorprendente quantità di circa sette milioni di copie in tutto il mondo, di cui circa la metà negli Stati Uniti. Il pezzo forte dell’album era il singolo My Sweet Lord, brano di enorme successo più tardi accusato di plagio per avere la melodia troppo simile a quella di He’s So Fine, un successo delle Chiffons risalente ai primi anni sessanta.

La causa di plagio tra My Sweet Lord e He’s So Fine è senza dubbio una delle più lunghe e controverse che si ricordino. Arrivò in tribunale nel 1976, ben cinque anni dopo la denuncia, e terminò inizialmente con una sentenza secondo cui Harrison aveva inconsciamente plagiato la canzone quando questi insistette che gli venne spontanea. Harrison fu per questo accusato di “plagio inconsapevole” e gli venne comminata una multa di oltre 1.600.000 dollari. Il fatto più sconcertante per lui fu che la canzone che gli diede maggiore successo gli fece conoscere anche l’onta del tribunale. In seguito si scoprì, però, che il suo manager di allora Allen Klein faceva il doppio gioco, “comprando” il caso e cercando di acquistare per sé i diritti di He’s So Fine. In questo modo, Harrison avrebbe dovuto pagare la multa comminatagli dal giudice al suo ex-manager. Di conseguenza, fu intentata un’altra causa, che terminò nel 1990 con la cessione ad Harrison dei diritti della canzone plagiata nei mercati più importanti dietro il pagamento delle sole spese che Klein sostenne, pari a 576.000 dollari.
Il concerto per il Bangladesh

Nell’estate del 1971, rispondendo ad un invito di Ravi Shankar, Harrison organizzò in prima persona il celebre Concerto per il Bangladesh, iniziativa benefica a favore delle popolazioni di profughi dalla guerra civile tra India e Pakistan che portò alla costituzione dello stato del Bangladesh.

L’evento, che sarebbe diventato il suo “fiore all’occhiello”, fu la prima iniziativa musicale di beneficenza di ampia portata ed ebbe una risonanza mondiale. Il 1º agosto furono organizzati due spettacoli dal vivo al Madison Square Garden di New York che fecero registrare il “tutto esaurito” grazie alla presenza di ospiti illustri quali Bob Dylan, Ravi Shankar, Eric Clapton, Leon Russell e Ringo Starr.

Gli spettacoli furono seguiti da un pubblico di circa 40.000 spettatori. Il secondo concerto fu registrato e pubblicato sul triplo LP live intitolato The Concert for Bangla Desh (1971), che ottenne un notevole successo in tutto il mondo, vendendo circa cinque milioni di copie.

Dall’evento fu ricavato anche un film concerto dallo stesso titolo (1972). George Harrison e Ravi Shankar ricevettero poi il premio Child Is The Father of the Man dall’UNICEF, come riconoscimento per gli impegni umanitari, mentre il doppio album ricevette il premio “Album dell’anno” ai Grammy Awards del 1972.

Considerando la portata dell’evento, gli intenti benefici furono tuttavia raggiunti soltanto parzialmente. Nel corso del 1972, i funzionari del Fisco americano sollevarono varie questioni in merito ai proventi raccolti dal concerto e dalle iniziative connesse.

L’album, tra l’altro, non fu considerato una pubblicazione benefica, con la conseguente applicazione sui proventi della normale tassazione per le pubblicazioni standard. Una parte consistente dei fondi raccolti rimase quindi bloccata fino al 1981.

Fu un duro colpo per Harrison, che rimpianse per lungo tempo il fatto di aver organizzato il concerto in fretta (cinque settimane soltanto) e di non aver istituito, causa i tempi ristretti, una fondazione benefica a cui destinare subito e senza problemi tutti i fondi raccolti.
Gli anni Settanta

Come riflesso dei suoi interessi umanitari e soprattutto dopo le spiacevoli vicende fiscali seguite al Concerto per il Bangladesh, nell’aprile 1973 Harrison istituì la Material World Charitable Foundation, una fondazione con cui volle supportare attivamente vari progetti di beneficenza in tutto il mondo. Alla fondazione decise di donare i proventi derivanti dai diritti d’autore di alcune canzoni incluse nel suo album successivo, Living in the Material World, che ancora una volta fece registrare vendite molto alte, stimate in oltre quattro milioni di copie in tutto il mondo, anche grazie al successo del singolo Give Me Love (Give Me Peace On Earth). Dai testi di molte canzoni dell’album si capiva quanto Harrison fosse preoccupato per le condizioni del mondo e quanto fosse interessato alla spiritualità anziché alla materialità.

Nel 1974 Harrison fondò una propria etichetta discografica, la Dark Horse Records, la cui prima scrittura andò all’amico e maestro di sitar Ravi Shankar. Proprio con lui, tra novembre e dicembre di quell’anno, Harrison effettuò una tournée di cinquanta concerti tra gli Stati Uniti ed il Canada. L’evento promosse l’uscita dell’album Dark Horse e del singolo omonimo. Tuttavia, in quel periodo Harrison fu affetto da una persistente laringite e le sue performances vocali durante i concerti furono alquanto stentate. Decise comunque di portare a termine la tournée che, sebbene ben seguita dal pubblico, ricevette critiche pesantemente negative da parte della stampa americana. A causa di questa reazione negativa, le vendite del nuovo album furono seriamente compromesse (furono meno della metà di quelle dell’album precedente), così come fu messa in discussione addirittura la reputazione di Harrison nel music business internazionale.

Le critiche suscitate dal tour americano contribuirono, almeno in parte, a favorire il graduale distacco di Harrison dalla ribalta. Nella seconda metà degli anni Settanta le sue apparizioni pubbliche furono sporadiche e tra esse si ricordano: una partecipazione televisiva al programma Saturday Night Live con Paul Simon nel 1976, una partecipazione allo special televisivo Ringo nel 1978 e, pochi mesi dopo, una piccola parte in All You Need Is Cash (1978), un graffiante film parodistico di Eric Idle (del gruppo di comici inglesi Monty Python) sulla storia dei Rutles, una banda fittizia che prendeva in giro i Beatles.

Harrison continuò a pubblicare nuovi album, registrati per lo più nel suo studio privato a Friar Park, uno tra i più sofisticati del mondo. Le vendite dei dischi si mantennero su livelli piuttosto buoni e gli fruttarono qualche altro successo di media classifica. Nel 1975 pubblicò l’album Extra Texture (Read All About It) che portò al successo il singolo You. L’anno seguente uscì, invece, Thirty-Three & 1/3 che portò al successo i singoli This Song e Crackerbox Palace.

Dall’ultima parte degli anni ‘70 Harrison iniziò a dedicare molto del suo tempo libero a due passatempi: le corse automobilistiche di Formula Uno (per cui fu ospite frequente tra il pubblico degli appassionati in varie parti del mondo) e la cura attenta per lo splendido parco della sua tenuta di Friar Park, nei pressi di Oxford. Alla fine del decennio, ad oltre due anni dall’album precedente, uscì l’album eponimo George Harrison (1979) che portò al successo il singolo Blow Away.
La HandMade Films

Alla fine degli anni Settanta, l’amicizia con il gruppo di comici Monty Python lo stimolò nel finanziare la produzione del film Life Of Brian (1978), inizialmente rifiutato dalla Warner Brothers. L’iniziativa ebbe successo tanto da indurlo a fondare con il socio Dennis O’ Brien la casa di produzione HandMade Films, parte della Dark Horse Productions, con l’obiettivo di finanziare pellicole dal budget contenuto, che le case più grandi avrebbero magari rifiutato.

Nel frattempo, anche la vita privata aveva raggiunto una tranquilla stabilità. Dopo il divorzio dalla prima moglie Pattie Boyd, nel 1978 Harrison aveva sposato Olivia Trinidad Arias, una ex-segretaria della Dark Horse di origini messicane, da cui aveva avuto il figlio Dhani.

Successivamente, nel 1979 Harrison pubblicò, prima in edizione limitata (Genesis Publications) poi in edizione commerciale (1980), il libro I Me Mine, una breve ma celebre autobiografia in cui rivelava retroscena inediti e amari dell’epoca dei Beatles e del suo difficile rapporto con la fama e con lo show business, due realtà molto spesso accettate con riluttanza.
Gli anni Ottanta

Negli anni ottanta Harrison ridusse notevolmente l’attività musicale e si dedicò prevalentemente alla produzione cinematografica, ottenendo buoni successi internazionali soprattutto come produttore esecutivo dei film dei Monty Python. Nel corso della sua attività, la HandMade Films alternò pellicole di successo ad episodi meno fortunati. Verso la metà del decennio la casa di produzione di Harrison diventò una presenza importante nell’ambito del cinema indipendente britannico. Harrison fu costretto a vendere la Hand Made Films nel 1994, per motivi economici.

Sul fronte discografico, l’album Somewhere in England (1981) subì parecchi ritardi ed uscì sul mercato in un’edizione differente da quella inizialmente prevista. La prima versione del disco fu infatti rifiutata dalla casa discografica, secondo la quale quattro canzoni in essa incluse erano al di sotto dello standard qualitativo di Harrison. Il musicista registrò quindi quattro nuovi brani in sostituzione di quelli scartati, tra i quali la bella All Those Years Ago, suo personale tributo all’ex-collega John Lennon, recentemente scomparso e inizialmente destinata al nuovo album di Ringo Starr. Il singolo, a cui parteciparono lo stesso Ringo, Paul e Linda McCartney, diventò un immediato successo, raggiungendo il primo posto in Canada, il secondo posto negli Stati Uniti e quasi tutte le Top 20 internazionali.

Nonostante il recente successo, Harrison si sentiva sempre più in difficoltà nel mettersi in relazione con il music business del tempo, di cui faceva parte suo malgrado. Per far fronte all’ultimo obbligo contrattuale con la Warner Brothers, nel 1982 registrò comunque l’album Gone Troppo per il quale, tuttavia, non volle effettuare alcuna promozione.Per questa ragione, una volta pubblicato, l’album fu un tremendo insuccesso: raggiunse soltanto la 108° posizione nella classifica degli Stati Uniti e passò praticamente inosservato.

Trascorsero poi ben cinque anni durante i quali l’artista - a parte gli impegni nel campo della cinematografia - rimase lontano dalle cronache e fece parlare di sé assai di rado. Anche le sue apparizioni in pubblico furono scarse: le uniche degne di nota furono un’estemporanea presenza sul palco con i Deep Purple in Australia (1984), la partecipazione allo special televisivo Carl Perkins Tribute (1985) e la partecipazione al concerto per il decimo anniversario della fondazione benefica Prince’s Trust (1987).

Rientro in scena

Pubblicato alla fine del 1987, l’album Cloud Nine segnò il prepotente rientro di George Harrison sulla scena musicale ed ottenne un notevole successo, che riuscì a rinverdire antichi fasti. Prodotto insieme a Jeff Lynne, che collaborò anche alla scrittura dei brani, il disco si avvale della presenza di altri illustri colleghi quali Eric Clapton, Elton John, Gary Wright e Ringo Starr. È il tipico album di un artista di mezza età che si ripresenta al pubblico dopo alcuni anni con consumata classe e disinvolta eleganza.

L’album si segnala, in particolare, per gli arrangiamenti curati e per le melodie fresche e briose, che hanno in un certo senso “aggiornato” la magia dei Beatles agli anni Ottanta. Il singolo Got My Mind Set On You, cover di una vecchia canzone di Rudy Clark cara ai Beatles fin dai tempi di Amburgo, riportò il nome di Harrison in vetta alla classifica statunitense dopo molto tempo. Buon successo ottenne anche la canzone When We Was Fab, in cui Harrison ricordava i tempi andati evocando intenzionalmente i Beatles. La canzone deve una parte della sua popolarità al sofisticato e divertente videoclip con cui fu promossa. Nel filmato assieme ad Harrison si vedono Ringo Starr nel ruolo del batterista, Jeff Lynne in quello di un suonatore di violino ed Elton John in quello di un passante che fa l’elemosina a Harrison non accorgendosi di essere derubato dallo stesso. Nel finale del brano (di stile molto “beatlesiano”) si sente uno splendido assolo di sitar, suonato dallo stesso Harrison per evocare il suo importante periodo di sperimentazione orientale.

Il 25 febbraio 1988, giorno del suo 45° compleanno, Harrison fu ospite al Festival di Sanremo. In quell’occasione fu proiettato il videoclip di When We Was Fab, poi premiato dalla giuria del Festival come “Miglior Video dell’Anno”.

I Traveling Wilburys

Alla fine del 1988 suscitò sorpresa la partecipazione di Harrison a Traveling Wilburys (1988), un progetto discografico di moderna american music straordinariamente riuscito. L’album, che ottenne un notevole successo commerciale vendendo quasi sei milioni di copie in tutto il mondo, è accreditato ai fantomatici “fratelli Wilburys”, sigla dietro la quale oltre all’ex-Beatle si celavano Bob Dylan, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison il quale morì improvvisamente poche settimane dopo l’uscita del disco. Questo lavoro deve il suo successo critico e commerciale al fatto di essere riuscito a trarre il meglio da ciascuno dei musicisti coinvolti. In effetti, ottenne un riscontro di vendite superiore a quello che avevano ottenuto (o che avrebbero potuto ottenere) gli album solisti di ciascun componente del gruppo.

Le critiche che in passato avevano messo in ombra una parte della produzione di Harrison erano ormai un lontano ricordo. Anche Paul McCartney, dopo tanti anni, gli propose di tornare a comporre insieme. Harrison tuttavia rifiutò e preferì continuare a lavorare in altre occasioni con i suoi più recenti collaboratori, che avevano invece apprezzato il suo talento da sempre senza mai criticarlo. Nel periodo, Harrison seguì ancora i “Fratelli” anche in alcuni loro progetti solisti, contribuendo agli album Full Moon Fever di Tom Petty, Mystery Girl di Roy Orbison nel 1989 ed a Under the Red Sky di Bob Dylan l’anno successivo.

Sempre nel 1989, il termine del secondo decennio di carriera individuale fu onorato con la pubblicazione di una bella antologia, Best Of Dark Horse 1976-1989, che raccoglie i brani più importanti del periodo e include due canzoni nuove.

Gli anni Novanta

A molto tempo ormai dai fasti Beatles, negli anni novanta George Harrison, ormai appagato sotto molti punti di vista, si divise comodamente tra i consueti impegni nel campo della cinematografia ed una comoda attività musicale. L’unico risultato in studio fu il secondo capitolo della saga dei Traveling Wilburys, ironicamente intitolato Traveling Wilburys Vol. 3 (1990), che ottenne un confortante successo commerciale. Il disco è dedicato allo scomparso Roy Orbison ed è realizzato sempre in compagnia dei “fratelli” Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne. Quest’ultimo produsse il lavoro assieme ad Harrison.
Harrison e Clapton in concerto

Espletati gli impegni con la “famiglia” Wilbury, nel dicembre 1991 il chitarrista, convinto da Eric Clapton, decise di affrontare nuovamente il pubblico, a tanti anni dall’ultima tournée. La mossa fu comunque criticata dai media, visto che Harrison optò solo per alcune date da effettuarsi in Giappone. Ad accompagnarlo c’erano l’amico di sempre Eric Clapton e la sua band, un gruppo di musicisti di prima scelta in cui si segnala Chuck Leavell alle tastiere. Il risultato discografico fu il doppio album Live In Japan (1992) che, nonostante le critiche positive, nulla aggiunse alle fortune di colui che fino a quel momento era un ex-Beatle. Poco dopo la tournée giapponese, il 6 aprile 1992, Harrison suonò dal vivo alla Royal Albert Hall di Londra. Il concerto faceva parte delle attività promozionali per il lancio del NLP, Natural Law Party (Partito della Legge Naturale), ideologia dietro la quale si celava ancora una volta l’anziano Maharishi. Successivamente, un altro impegno di rilievo fu la sua partecipazione al concerto di tributo alla trentennale carriera dell’amico Bob Dylan realizzato al Madison Square Garden di New York il 16 ottobre 1992 e trasmesso in TV via satellite. Le registrazioni del concerto furono pubblicate sul doppio album dal vivo Bob Dylan - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993). Verso la fine dell’anno, il 6 dicembre, Harrison fu poi il primo musicista insignito del “Century Award”, prestigioso riconoscimento alla carriera da parte della rivista americana Billboard.

Nel 1994, a causa di problemi finanziari, Harrison fu costretto a vendere la HandMade Films. La spiacevole vicenda portò con sé strascichi legali destinati a durare a lungo.

Quello stesso anno, il chitarrista tornò in studio di registrazione insieme con Paul McCartney e Ringo Starr per portare a termine il progetto Anthology dei Beatles, realizzato tra il 1995 ed il 1996 in un film-documentario e ben tre doppi album. Nonostante le critiche controverse, il progetto ha avuto il potere di consolidare ulteriormente il mito della più famosa pop band del Novecento. George appare in alcuni momenti molto sarcastico nel ricordare i vecchi tempi.

Gli ultimi anni

Il meditativo Harrison, come di consueto, tra un progetto e l’altro non fece parlare molto di sé. Dopo l’Anthology dei Beatles, nel 1995 lavorò alla compilazione di In Celebration, un box antologico di Ravi Shankar. Nelle note di copertina del cofanetto ebbe il privilegio di essere definito il vero padrino della world music. Lavorò poi alla produzione di Chants Of India (1997), un nuovo album di studio del musicista indiano.

Nel 1998, da un’intervista concessa dallo stesso Harrison, si venne a sapere che il musicista aveva recentemente sofferto di un tumore alla gola provocato, a suo dire, dal fatto di aver ripreso a fumare. Fu uno spiacevole ostacolo, che per un periodo ne bloccò l’attività musicale. Harrison rincuorò comunque i suoi fan, dichiarandosi completamente guarito.

Alla fine del 1999 il musicista subì un’aggressione da uno squilibrato, introdottosi nella sua residenza inglese. Fu salvato dalla moglie Olivia, che ruppe una lampada sulla testa dell’aggressore.

Nel 2000 Harrison curò personalmente la realizzazione di una edizione rimasterizzata del celebre album All Things Must Pass, pubblicata all’inizio del 2001, nella quale tra l’altro aggiunse My Sweet Lord 2000, una nuova versione di My Sweet Lord incisa probabilmente per confermare ulteriormente la sua estraneità al plagio. Harrison annunciò inoltre l’imminente pubblicazione di un nuovo album unitamente ad un box antologico con nuove ristampe degli album del catalogo Dark Horse Records.

La fine

Quelle che erano state confortanti notizie sul suo stato di salute subirono netta smentita, quando, nell’estate del 2001, fu confermato che il musicista era affetto da una forma di tumore al cervello ormai in stato avanzato e quindi inoperabile.

George Harrison è morto di cancro all’età di 58 anni il 29 novembre 2001 a Los Angeles nella villa di Ringo Starr, a Beverly Hills. Il suo corpo è stato cremato, come da lui richiesto nelle sue ultime volontà, e le sue ceneri, raccolte in una scatola di cartone, sono state sparse nel sacro fiume indiano, il Gange, secondo la tradizione induista[4].

Alla notizia della morte, tanti fan si radunarono presso gli studi di Abbey Road, simbolo dell’epopea beatlesiana, per commemorarlo; la maggior parte di loro non era neanche nata quando i Beatles raggiunsero fama mondiale. La sua scomparsa ha suscitato commozione in tutto il mondo, compresi personaggi come Tony Blair, la Regina d’Inghilterra, gli amici di sempre Paul McCartney e Ringo Starr piangendolo sapendo che la sua chitarra gentile (While My Guitar Gently Weeps) non avrebbe più suonato. Poco dopo la morte, la moglie Olivia rilasciò alla stampa la seguente dichiarazione: «Ha lasciato questo mondo come aveva vissuto: consapevole di Dio, senza paura della morte ed in pace, circondato dalla famiglia e dagli amici». Spesso ripeteva: «Tutto può attendere, non la ricerca di Dio e amatevi l’un l’altro».

L’ultimo album, Brainwashed, è stato pubblicato un anno dopo la morte ed ha ottenuto ottime recensioni da parte della critica. Il disco raccoglie undici nuove canzoni ed il remake di uno standard, Between the Devil and the Deep Blue Sea. Lasciato incompiuto da Harrison, il disco è stato successivamente completato da Jeff Lynne e dal figlio Dhani. La volontà di Harrison, per ammissione degli stessi Lynne e Dhani, era di pubblicare l’album come una raccolta di demo. Prima della morte, tra l’altro, Harrison (sempre assieme a Lynne) stava lavorando ad un’antologia dei Traveling Wilburys.

Contemporaneamente alla pubblicazione di Brainwashed, la moglie Olivia ed Eric Clapton hanno organizzato un concerto in tributo alla sua memoria, Concert for George, svoltosi alla Royal Albert Hall di Londra il 29 novembre 2002. La registrazione è stata pubblicata sull’album Concert for George (2003). All’evento hanno partecipato Ravi Shankar, Paul McCartney, Ringo Starr, Eric Clapton, Tom Petty, Jeff Lynne, Gary Brooker, Billy Preston, Anoushka Shankar e il figlio Dhani. È spiccata la grande assenza di Bob Dylan.

All’inizio del 2004 è stato pubblicato il cofanetto The Dark Horse Years - 1976-1992, contenente le nuove ristampe degli album da Thirty-Three & 1/3 a Live in Japan, di cui Harrison aveva già parlato intorno al 2000. Tutti gli album del periodo (fuori catalogo da alcuni anni) sono stati quindi reimmessi sul mercato accompagnati da un interessante DVD con interviste inedite e divertenti video promozionali di alcune canzoni.

Ad ottobre 2005, infine, il Concerto per il Bangladesh (album e film) è stato nuovamente pubblicato sia su doppio CD sia su DVD.

Nel settembre 2006 è stata pubblicata la versione rimasterizzata di Living in the Material World del 1973 (in versione normale e in formato deluxe).

Il 29 novembre 2006, a cinque anni esatti dalla scomparsa di George Harrison, Editori Riuniti (Collana Pensieri e Parole) pubblica Le Canzoni di George Harrison di Michelangelo Iossa, il primo volume che analizza i testi di tutti i brani del canzoniere harrisoniano, dal periodo-Beatles sino alle produzioni postume.

Vita privata

Nel 1964, durante le riprese di A Hard Day’s Night, incontra e si innamora della modella Pattie Boyd, presente nel film, i due si fidanzano, per poi sposarsi il 21 gennaio del 1966. Il loro matrimonio dura fino al 1974, anno in cui Pattie lo lascia per l’amico di lui, Eric Clapton. Nello stesso periodo, George frequenta Maureen Cox, all’epoca moglie di Ringo Starr, ma verso la fine del 1974 gli viene attribuito un flirt con la modella Kathy Simmonds. Si innamora poi di Olivia Harrison (all’anagrafe Olivia Trinidad Arias), segretaria A&M Records (con cui George teneva un contratto discografico) che sposa il 2 settembre del 1978 e dalla quale avrà il suo unico figlio, Dhani Harrison, nato il 1 agosto del 1978. Olivia gli rimarrà accanto fino alla morte, dopo la quale, sia lei che il figlio continueranno a portare nel mondo la musica di George.

Nell’estate del 1969 produce il singolo Hare Krishna Mantra, realizzato dai devoti ISKCON del London Radha Krishna Temple. Lo stesso anno incontra insieme a John Lennon A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, fondatore dell’ISKCON e poco dopo abbraccia la tradizione vaishnava dell’ISKCON, ed un praticante del japa fino alla morte[5][6] [7][8]

Harrison è stato un vegetariano dal 1968 fino alla morte[9]

Discografia da solista

1968 - Wonderwall Music (colonna sonora)
1969 - Electronic Sound
1970 - All Things Must Pass (triplo)
1971 - The Concert For Bangla Desh (live, triplo)
1973 - Living in the Material World
1974 - Dark Horse
1975 - Extra Texture (Read All About It)
1976 - The Best of George Harrison (raccolta)
1976 - Thirty-Three & 1/3
1979 - George Harrison
1981 - Somewhere in England
1982 - Gone Troppo
1987 - Cloud Nine
1989 - Best of Dark Horse 1976-1989 (raccolta)
1992 - Live in Japan (live, doppio)
2002 - Brainwashed
2003 - Concert for George (live, doppio)
2004 - The Dark Horse Years 1976-1992 (box set con 6 CD + DVD)
2009 - Let It Roll: Songs by George Harrison (raccolta)

Discografia Traveling Wilburys

1988 - Vol.1
1990 - Vol.3
2007 - The Traveling Wilburys Collection (box set)

Note

1^ Philip Norman, Shout! - La vera storia dei Beatles, Mondadori, Milano 1981, pag. 69.
2 ^ Bob Spitz, The Beatles. La vera storia, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pag. 146.
3^ Ian MacDonald, The Beatles. L’opera completa, Mondadori, Milano 1994, pag. 336.
4^ [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/12/04/le-ceneri-di-george-harrison-disperse-nel.htmlRepubblica.it: Le ceneri di George Harrison disperse nel sacro Gange 04 dicembre 2001 — pagina 47]
5 ^ [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/12/04/le-ceneri-di-george-harrison-disperse-nel.html Repubblica.it: Le ceneri di George Harrison disperse nel sacro Gange 04 dicembre 2001 — pagina 47]
6^ http://hinduism.about.com/od/artculture/a/harrison.htm
7^ Partridge, Christopher Hugh (2005). The re-enchantment of the West: alternative spiritualities, sacralisation, popular culture, and occulture (illustrated ed.), Continuum International Publishing Group, ISBN 0567082695, pag. 153
8 ^ http://krishna.org/george-harrison-interview-hare-krishna-mantra-theres-nothing-higher-1982/
9^ International Vegetarian Union (IVU)

Autore modifica: kynoos (data: Apr 19 2011, 9:38)

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