UN ROMANTICO CHARRO CHIAMATO ALEJANDRO
Figlio della leggenda della musica mariachi, Vicente Fernández, basta dire don Chente e tutto il Messico sa di chi si sta parlando, 37 anni, bruno e tenebroso, un sorriso accattivante ed encantador che gli è costato due matrimoni per l’incapacità di resistere alle tentazioni che provoca, Alejandro Fernández è nato come cantante di musica mariachi. La sua carriera sembrava seguire quella del padre, ma lui scalava le classifiche e le vette di popolarità generalmente riservate alle popstar. Como quien pierde una estrella si ascoltava nei luoghi di ritrovo giovanile e nelle radio, come un qualsiasi hit pop, mentre lui indossava con fierezza sensuale il charro, il tradizionale vestito messicano, facendo impazzire le fans nei palenques. Il palenque è uno spazio tipicamente latinoamericano, è un’arena in cui al centro c’erano un tempo le lotte dei galli e adesso si esibiscono i cantanti, a pochissimi metri dal pubblico; i concerti di Alejandro possono durare ore, lui improvvisa e si concede con passione, il pubblico lo segue con devozione e sempre più animato. Mi dicono che il vero spettacolo non è vedere Alejandro Fernández in concerto, ma vedere Alejandro Fernández in un palenque.
La prima svolta arriva nel 1997. Guidato da Emilio Estefan jr, figlio di Gloria, incide Me estoy enamorando, un’intelligente mescola di suoni romantici e contemporanei con la tradizione dei mariachi e dell’immancabile bolero, che proprio in quegli stessi anni Luis Miguel resuscita dall’oblio. Si tu supieras e En el jardín, cantata in duetto con Gloria Estéban, le due hit del disco sono state consecutivamente numero 1 nelle classifiche latine di Billboard.
Inizia ad alternare un disco di musica mariachi a un disco di musica pop. Il successo gli sorride. Senza mai dimenticare il charro, esporta la musica messicana in tutta l’America Latina e negli USA ispanici. Il suo volto intenso affascina anche il cinema: nel 2004 è protagonista di Zapata, el sueño de un héroe, di Alfonso Arau (Come l’acqua per il cioccolato, Il profumo del mosto selvatico); la sua interpretazione è molto lodata, il film, che dà una visione insolita dell’eroe nazionale, delude i messicani ed è un mezzo flop. Ma è anche l’anno di A corazón abierto, il suo disco più personale e più ambizioso, che gli apre le porte della Spagna. Il primo single, Me dediqué a perderte, forse dedicato alla fine della relazione con Ximena, anche lei stanca delle infedeltà, diventa una delle hits dell’estate spagnola. La promozione è massacrante, ma Alejandro vi si sottopone con il buonumore abituale: “Ero abituato ad essere un divo e ho dovuto ricominciare tutto daccapo, spiegare chi sono, che musica faccio. E’ stato molto interessante”. Visto l’incoraggiante successo, fa un solo concerto a Madrid, il 22 giugno 2005: i biglietti vanno esauriti nel giro di pochi giorni e il successo è sorprendente. Da quell’unico concerto trae il DVD México-Madrid en directo y sin escalas, che ottiene un grande successo sui due lati dell’Atlantico, grazie anche alle collaborazioni eccellenti con Amaia Montero, vocalist del popolare gruppo La Oreja de van Gogh (Me dediqué a perderte), con Malú (Contigo aprendí) e con Diego el Cigala, con cui ha cantato una travolgente versione flamenco-mariachi di Como quien pierde una estrella che da sola vale il disco.
Il 2005 è l’anno d’oro della sua carriera: non solo il primo passo per la conquista dell’Europa, con i successi spagnoli, ma anche il concerto dei Tre Tenori a Monterrey, in Messico, accanto a Placido Domingo e José Carreras, in sostituzione di un Luciano Pavarotti malato; e poi la trionfale tournée negli USA con Chayanne e Marc Anthony, una delle più seguite dell’anno e chiamata i Tres Latinos, come i Tre Tenori nell’opera. People en español lo consacra tra i 50 uomini più sexy del mondo. E, a chiudere l’anno, la stella nel Sunset Boulevard di Hollywood, che corona una carriera ricca di successi.
Nei suoi progetti c’è un nuovo disco, in uscita a giugno, che conterrà anche Amor Gitano, il duetto con Beyonce che forse gli aprirà le porte dei mercati non ispanici. Se lo meriterebbe per talento, fascino, simpatia. Uno che con una certa ironia dice di sé, “alla tradizione del cantante mariachi, che è baffuto, panciuto, forte bevitore e donnaiolo, ho solo tolto il baffuto e panciuto” non può rimanere solo patrimonio messicano.

Autore modifica: POTRICLOE (data: Nov 7 2008, 15:36)

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